Salvate quel pianista. Tormenti ed estasi jazz di Bill Evans risplendono alla Berlinale
Passato a Berlino, “Everybody digs Bill Evans”, esordio nel cinema di finzione del documentarista britannico Grant Gee, ispirato al romanzo “Intermission” del gallese Owen Martell. La storia di una rinascita, girata con un bianco e nero elegante e tanta attenzione ai dettagli. Tra i film migliori del concorso, ma forse con un protagonista (Anders Danielsen) troppo scostante…

Bisogna conoscerlo, il jazz, per farci un film. In barba a Novecento e a quel suo motto che rendeva jazz tutto ciò che non sapevi nominare. Grant Gee ha nascosto proprio nella musica tutta la tenerezza del suo Everybody digs Bill Evans, se non provi a inseguire quei pezzi il film non lo trovi per davvero. La platea della Berlinale 2026, dove è in concorso, si è un po’ fatta cogliere alla sprovvista.
Gee è un documentarista britannico, si è occupato molto di musica, ma mai con un film di finzione. Almeno finora. In Bill Evans ci si è imbattuto con una fotografia, lo ritraeva al piano in un locale di New York. Poi un libro l’ha stuzzicato ancora di più, Intermission dello scrittore gallese Owen Martell (inedito da noi), che racconta la vita di Evans nel 1961, l’anno in cui fece uscire due album considerati capolavori del genere.
Ma il 1961 è anche l’anno in cui Evans perde il suo bassista, Scott LaFaro, morto all’improvviso in un incidente stradale. Le sue ultime tracce le lascia su vinile, proprio in quei due album, firmati come Bill Evans Trio. Il frontman (se esiste poi davvero il concetto di frontman, nel jazz) si lascia scivolare nell’apatia e nell’autodistruzione. Il piano resta a raccogliere polvere.
Il regista parte proprio da lì. Meglio, parte da una sequenza di rara bravura in cui prova a rendere visivamente l’andamento di uno dei pezzi del trio. È il primo segnale di un film che fa della ricercatezza tecnica e visiva uno dei suoi pallini. Anzi, forse il secondo, il primo è un bianco e nero fatto di ombre nette e tanto fumo. Da lì Gee inizia a scendere nella quotidianità asfissiante del suo protagonista, interpretato da Anders Danielsen, noto per le tante collaborazioni con Joachim Trier.
È sulla narrazione che il film mostra un po’ di limiti. Il personaggio che disegna rimane un po’ evanescente, sta cercando di farsi scorrere la vita addosso senza farsi travolgere, ma in parte sembra tenere a distanza anche il pubblico. Per fortuna c’è la musica e i messaggi che nasconde. Il salto temporale agli anni ‘80, con un Evans ritrovato nel morale ma impoverito nell’estro, non avrebbe la stessa forza se non stesse suonando la sigla di M*A*S*H*. Né colpirebbe allo stesso modo vedere in quello stesso momento il suicidio del fratello di Evans, Harry, se il titolo del brano non fosse proprio Suicide is painless (“il suicidio è indolore”).
Gee ha raccontato che ad attrarlo verso il pianista è stata anche una frase in cui si era imbattuto. Descriveva la vita privata di Evans come “il più lungo suicidio della storia”. Riesce solo in parte a trasmetterla attraverso il film. D’altra parte, l’arco descritto nel suo lavoro rimane prevalentemente quello della rinascita: Evans, eroinomane, fugge in Florida dai suoi genitori e ritrova pian piano la forza di tornare a suonare. Non, però, quella per disintossicarsi, tanto dalla droga quanto da un amore forgiato nella dipendenza.
Una delle ultime scene è proprio un commiato, tanto dal malessere quanto dalla sua guarigione. Nel piccolo appartamentino quasi lurido in cui vive, Evans suona nudo al piano Lucky to be me, “fortunato a essere me”. Poi si gira sorridente verso la compagna. Ancora una volta, è la musica a impreziosire il momento, a renderlo dolorosamente tenero. Una profondità che forse Gee ha sviluppato con gli anni di documentari, in cui devi fare della realtà la tavolozza per il tono emotivo del tuo film.
Everybody digs Bill Evans è tra i film migliori passati in concorso in questa Berlino 2026. Gli manca la capacità di intrecciare il racconto per saltare da interessante a strepitoso, ma è la prova di quanto scavare a fondo nelle storie che si vuole raccontare può creare una differenza tangibile tra un film dimenticabile e uno che rimane, seppur senza stupire.
Tobia Cimini
Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.
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