Se a Milano il rap ti fa perdere l’invisibilità. Antonio Dikele Distefano ora spacca anche al cinema

Dal 10 novembre su Prime Video “Autumn Beat” esordio alla regia dello scrittore italiano con origini angolane Antonio Dikele Distefano. Dal suo libro “Qua è rimasto autunno” un racconto di formazione ambientato a Milano dove due fratelli sognano di “spaccare” nella scena rap e uscire dall’invisibilità grazie alla musica. Un po’ come è successo allo stesso scrittore grazie alla letteratura e ora al cinema. Un film di chiaroscuri e di vita grama, ma pieno anche di speranza e buoni sentimenti, per chi – come racconta lo stesso autore – vent’anni fa dormiva davvero per strada con la madre e le sorelle…

Tra i sintomi che la letteratura scientifica indica alla voce cinefilia c’è quella per cui il soggetto afflitto dalla patologia resta seduto in sala ben oltre la fine del film per non perdere nemmeno il più irrilevante nome di quanti hanno preso parte alla lavorazione e giù giù fino alle conclusive indicazioni sul copyright dell’opera.

Azione non priva di senso perché informazioni sulla colonna sonora e altri dettagli del cast possono sfuggire e, nell’immediato, quello pare essere il modo migliore per recuperare. Capita anche che sui titoli di coda il regista infili qualche cosuccia tipo bonus track e questo spiega l’incaponimento del cinefilo patologico.

Tutto questo per dire che anche sui titoli di coda di Autumn Beat, giusto due righe sopra alle indicazioni del copyright, il regista Antonio Dikele Distefano ha infilato una riga di testo che dice tanto su di sé e sul film e che fa più o meno così “20 anni fa io e la mia famiglia dormivamo per strada e ora io ho fatto il mio primo film. Non smettete mai di credere ai vostri sogni”.

Autumn Beat, opera prima di Antonio Dikele Distefano (su Prime Video), è il racconto di formazione che segue la storia di Tito (Hamed Seydou) e Paco (Abby 6ix) due fratelli cresciuti a Milano con lo stesso sogno: “spaccare” nella scena rap e uscire dall’invisibilità grazie alla musica.

Paco è una bestia da palco e Tito scrive testi come nessun altro. Quello che sembra essere la realizzazione di un sogno però sarà vanificata dall’ambizione e così la vita e l’amore per la stessa donna incrineranno il loro legame. La storia si sviluppa lungo tre decenni, dagli anni zero ad oggi viene scandita dai tre capitoli in cui è diviso il film e dai titoli significativi: “Fratelli”, “Figli” e “Padri”.

Come già nella serie Netflix Zero, dove Antonio inventa il ruolo di un giovane supereroe di seconda generazione nel sottomondo milanese della Barona, anche in questo Autumn Beat il tema centrale è la famiglia, quella vera composta di fatto solo da Tito e Paco e quella allargata, ancora più vera, degli amici più stretti.

È infatti la condivisione di storie di immigrazione, di invisibilità, di appartenenza a seconde generazioni senza radici a costituire la rete di solidarietà e voglia di affermazione che si stende come un filo continuo per tutto il film.
Inevitabile pensare a quanta autobiografia si tira dietro questa storia di chiaroscuri e di vita grama, ma piena anche di speranza e buoni sentimenti, per chi vent’anni fa dormiva davvero per strada con la madre e le sorelle.

Il film, tratto dal libro Qua è rimasto autunno (Rizzoli, 2022) scritto dallo stesso Antonio Dikele Distefano, è interpretato da Hamed Seydou, Abby 6ix, Geneme Tonini, Juliet Joseph, Dylan Magon, con la partecipazione straordinaria del rapper Gué Pequeno (già cofondatore dei Club Dogo) e la presenza di alcuni tra i nomi più interessanti della scena rap italiana come Sfera Ebbasta, Ernia e Marracash.

Per chi non frequenta gli usi e costumi del sottomondo rap e hip hop possono risultare molto, forse troppo, stereotipate certe atmosfere e atteggiamenti da gangsta rapper che costellano il film, con tutto il lessico ridondante di “bella lì” e di “zio”. Non sfugga però che il ritratto è innanzitutto davvero reale (quel mondo è davvero così) ma quello è solo il paesaggio nel quale si colloca un racconto che vuole essere ed è molto più intimo e di spessore.

Se davvero un difetto vogliamo trovare, sempre che lo sia, questo sta in una scrittura semplificata e lontana dal voler costringere lo spettatore a cercare piani di lettura diversi da quanto esplicitamente passa sullo schermo. Potremmo dire che si tratta di un film molto generazionale nel linguaggio e nella narrazione. Tuttavia, dati i temi-cardine, anche per il cinefilo più disincantato il “messaggio” sembra rendere possibile l’impossibile: un punto d’incontro tra boomer e millennial. Anche per questo “Non smettete mai di credere ai vostri sogni”.