Storia d’amore per la realtà: l’utopia e l’umanità di Citto. Un doc-omaggio per Maselli

Il grande regista e intellettuale comunista Francesco “Citto” Maselli compie 91 anni e li festeggia col documentario di Daniele Ceccarini (prodotto da LVNAE) “Citto”, il 18 dicembre (ore 20) alla Casa del Cinema di Roma. Tra immagini e testimonianze (dello stesso Maselli e di tanti amici, colleghi e compagni di lotta), il ritratto di un umanissimo combattente. Nella cui opera si respirano le contraddizioni e i paradossi “pirandelliani” della realtà, insieme allo slancio di una cultura proiettata verso quell’utopia che, diceva Galeano, «ci permette di continuare a camminare»…

«Un uomo fiero, con un luccichio negli occhi»: così Ken Loach, nel doc Citto di Daniele Ceccarini, descrive Francesco “Citto” Maselli, che festeggia il novantunesimo compleanno proprio con la proiezione del film alla Casa del Cinema di Roma il 18 dicembre.

Loach, forse il regista internazionale più affine a Maselli, ricorda quella volta in cui, durante una cena, dopo qualche bicchiere di vino, i due cominciano a cantare L’Internazionale in diverse lingue. Perché non c’è ideale che tenga, se scisso dalla carne viva degli individui che si incontrano e confrontano, che lottano e festeggiano. E il cinema di Citto Maselli ha la propria forza espressiva e politica nel suo essere straordinariamente umano, dunque inesauribilmente complesso e aperto alla complessità.

Non per nulla, si staglia tra due emblematici riferimenti letterari il doc di Ceccarini (tra i suoi molti ritratti di uomini e donne di cinema, Bava Puzzle, Georges Méliès. L’illusione del cinema, Tina Pica). In apertura, c’è Luigi Pirandello, zio del futuro grande regista e intellettuale militante.

L’autore del Fu Mattia Pascal, cui si deve il soprannome “Citto” per il piccolo Maselli (dalla storpiatura infantile che questi faceva di “Ciccio”), diceva al bambino «quanto è bello» guardandolo da un lato e «quanto è brutto» osservandolo dall’altro. Un incipit che più pirandelliano non si potrebbe, per Citto. A chiudere il doc, invece, una citazione (dal compagno di battaglie politiche Giovanni Russo Spena) di Eduardo Galeano, quella celeberrima e sempre attuale sul valore dell’utopia: che allontanandosi, come l’orizzonte, mentre noi ci avviciniamo ad essa «ci permette di continuare a camminare».

E forse in questo accostamento insolito tra i due scrittori sta una possibile chiave di volta dell’opera di Citto Maselli. La cui forza, ci sembra, sta proprio in una (irriducibile) tensione etico-politica mai cristallizzatasi in certezza dogmatica impermeabile ai dubbi e ai paradossi della realtà. Che, al contrario, risulta sfaccettata, contraddittoria, assurda persino.

Ma non è un alibi, questo, per rinunciare alla lotta in nome di una società più giusta. Anzi, forse è il carburante per non perdere mai l’autenticità di quello slancio a superare l’esistente. E forse è (anche) ciò che fa del cinema di Maselli un «arcano maggiore», come lo definisce Giorgio Gosetti. E che rende il regista sul set allegro come il più intelligente e innocente dei bambini (ricorda Valentina Carnelutti).

Stupiscono tanto più oggi, in un’epoca sempre più orfana della saldatura tra vitalità creativa individuale e capacità collettiva di visione, coesione, organizzazione, questi due aspetti dell’esperienza di Maselli. La coerenza e radicalità dell’impegno politico (dal PCI a Rifondazione Comunista, nonché alla guida dell’ANAC per oltre trent’anni), e l’impulso inesausto a mettere in gioco e in discussione quel patrimonio di idee e coscienza nella forma e sostanza del discorso artistico. Il discorso di un regista che «ha sempre sperimentato», sottolinea Wilma Labate. E ha posto la sua «lente d’ingrandimento», come la chiama Daniele Vicari, anche e soprattutto sulle insufficienze e le inadeguatezze di una sinistra che solo decostruendosi, come fa in Lettera aperta a un giornale della sera o Il sospetto, poteva e può costantemente rifondarsi.

Perché il cinema di Maselli è sempre discorso critico (e innesco di consapevolezza critica) sulla realtà, su ogni realtà. Una lezione che Maselli ha ereditato e rielaborato dai maestri. Anzitutto Luchino Visconti, da cui riprende anche la prassi di improvvisare oltre i paletti del copione durante le riprese, ma sempre a favore della profondità di storia e personaggi (glielo riconoscerà Rod Steiger ai tempi de Gli indifferenti). E naturalmente Cesare Zavattini, per cui firma l’esordio Storia di Caterina, episodio de L’amore in città, che il regista definisce «la cosa più bella che io abbia mai fatto».

A riprova di un amore per la realtà che, prima di essere vocazione al racconto, è vocazione all’ascolto dell’altro, e tanto più dell’altra: sono «personaggi alla ricerca» che «si battono per una loro identità» (afferma Gabriella Gallozzi) le protagoniste del cinema di Citto Maselli. Come la Valeria Golino di Storia d’amore, vera contro-narrazione dell’Italia anni ’80 che avvia una nuova fase, intima e tanto più politica, nel percorso del regista.

(Ri)guardando come un’unica inquadratura, o una fotografia (altro fondamentale ponte tra arte e realtà per Maselli), gli atti e le scene di quel percorso sintetizzato nel film di Ceccarini, l’impressione è quella di una straordinaria compattezza nei continui (som)movimenti, inquieti e vitalissimi. È la vitalità di un’opera che, di fronte a noi, si allontana quando cerchiamo di rinchiudere la realtà di cui parla in letture univoche, stereotipi, etichette. Esortandoci, nondimeno, ad andare avanti, perché quella realtà che rappresenta è ancora lì. E vale ancora la pena di combattere per renderla migliore.