“The Post”, quando c’erano i giornalisti e i giornali. Storie di editrici coraggiose

In sala dal primo febbraio (per 01) “The Post” la nuova fatica di Steven Spielberg incentrata sullo scandalo dei “Pentagon Papers“, il dossier top secret pubblicato dal “Washington Post” nel 1971 che rivelò al mondo intero l’inutile follia della sporca guerra del Vietnam. Dietro alla scelta di pubblicare, il coraggio di una donna: Katharine Graham alla guida editoriale del giornale di famiglia (lo racconta nella sua bio “Personal History“). Una dura battaglia per la libertà di stampa, un po’ come quella di Giulia Maria Crespi, alle prese col “Corsera” (il suo libro: “Il mio filo rosso. Il Corriere e altre storie della mia vita”). Un gran bel film …

Perché uscire di casa, riaffrontare il traffico, pagare prima il posteggio e poi l’ingresso, magari dopo una non facile giornata, per andarsi a vedere al cinema The Post, senza aspettare che lo passino in tv?

Prima di tutto perché non merita il martirio degli spot, ma soprattutto perché è un gran bel film, raccontato da un narratore sempre più dotato come Steven Spielberg, scritto senz’ombra di sbavature da sceneggiatori come Liz Hannah e Josh Singer (Oscar per Il caso Spotlight), e impeccabilmente interpretato, ça va sans dire, da Meryl Streep e Tom Hanks insieme a un mucchio di altri attori tutti all’altezza del ruolo.

Ma c’è di più, in questi tempi così cupi questo film, del tutto esente da effetti speciali, fa un pregevole effetto assai speciale: riesce a tirarti su il morale. E non solo ai giornalisti attempati che ricordano con nostalgia un po’ languida l’epoca pre-computer della loro attività.

Ti fa pensare che nonostante l’intreccio di scriteriate e bellicose strategie mondial-economiche, di traffici idioti tra potenti e politici dementi o quanto meno afflitti da ego smisurati, sia possibile (nonostante il levitare di fake news) svelare, portare a galla veramente tante e terribili verità nascoste e con questo innescare un improvviso, potente e liberatorio OFF.

Momentaneo, ovviamente, perché la Storia va’ avanti sempre uguale coi suoi cicli e ricicli e non bisogna mai pensare di fermarsi dopo un traguardo importante. Che, comunque, fa un buon effetto corroborante.
Certo ci vogliono gli eroi.

E non mancano in questa storia vera già raccontata da due libri autobiografici: Personal History (Pulitzer 1998) di Katharine Graham, perfetta casalinga e madre di quattro figli, catapultata all’improvviso per doppia eredità (per la morte del padre e poi del marito), alla guida editoriale del giornale di famiglia, il Washington Post; ma anche da quello di Ben Bradlee all’epoca, siamo nei 1971, direttore del giornale.

È la storia dei Pentagon Papers, relazione più che top secret di 7000 pagine richiesta dal segretario alla Difesa Robert McNamara nel 1967 sulle decisioni prese nei confronti del Vietnam dal 1945 al 1966. Dunque su quella guerra finita nel ’75 che è costata la vita a 58.220 soldati americani, rovinandola ad un infinito numero di altri, e causato la morte di oltre un milione di persone.

E cosa svelano le pagine? Che il massacro era previsto e che le ragioni delle bugie e del silenzio di ben 4 presidenti dei potenti Stati Uniti (Truman, Eisenhower, Kennedy, Johnson), erano motivati, per il 70%, dal desiderio di evitare di essere umiliati di fronte al resto del mondo.

La ciliegina sulla torta tocca a Nixon: quando le Pentagon Papers vengono a galla – grazie al primo vero eroe, Daniel Ellsberg, due anni in Vietnam come analista militare della Rand Corporation, che ne rivela, insieme al suo collega Anthony Russo, secondo eroe, il contenuto fotocopiato di nascosto, al New York Times – pensa bene che l’unica cosa da fare sia tappare la bocca, sopprimere la libertà di stampa con minacce di ogni tipo.

 

Il New York Times arretra. Non il Post, dove Ben Bradlee, esaltato dal desiderio di un gran tuffo nella Storia, vuol pubblicare ad ogni costo lo straordinario scoop, trascinando nell’impresa la sua inedita editrice, una donna, che muove con esitazione i primi passi nel mestiere, che si sente inadatta non all’altezza – come a quell’epoca, e non solo, purtroppo, le donne si sentono da sempre –, ma che lo supera ben presto in eroico coraggio.

Li aiuterà in questa battaglia per la libertà di stampa, cui seguirà quasi a ruota il Watergate, la decisione della Corte Suprema.
È lei il capo, anche se donna, e spetta a lei decisione: “Pubblicate”.
E lo farà, rischiando di perdere il giornale e finire in galera.

“Il coraggio s’impara e noi dobbiamo continuare a insegnarlo alle nostre figlie – ci dice Maryl Streep, ovviamente chiamata insieme a Spielberg a dir la sua sul tormentone delle molestie sessuali – ci sarà probabilmente qualche passo indietro dopo il buon esito di queste denunce grazie al coinvolgimento di Hollywood, ma io sono ottimista”.

“Ma fino a quando gli uomini non riusciranno ad accettare dei no – dice a sua volta Spielberg – i problemi restano. Che le donne però abbiano sempre dimostrato di essere capaci e forti e in grado di ribellarsi, lo sappiamo da sempre: l’industria è andata in mano a loro durante le due guerre, poi quando gli uomini sono tornati e non hanno voluto riconoscere i loro ruoli, sono tornate nelle loro cucine. Quello che spero è che The Post uscito nel 2017 per raccontare una storia così importante, ma ancora così attuale, accaduta nel 1971 che racconta di una donna a capo di un’impresa editoriale in un momento in cui le donne nei giornali erano una eccezione, o solo segretarie, possa essere una buona fonte d’ispirazione per le donne”.

Spielberg forse non sa che ben 10 anni prima in Italia, un’altra donna, Giulia Maria Crespi, per ragioni non solo ereditarie, si stava occupando del più importante quotidiano italiano, e combatteva da sola contro ex amici potenti come Giovanni Agnelli. Contro lui perse, ma non contro il suo cancro. Lo racconta anche lei nel libro autobiografico Il mio filo rosso. Il Corriere e altre storie della mia vita. (Qualcuno ha in mente di farne un gran bel film?)
Certo una briciola rispetto quel che accade in Usa. Ma niente ci toglie dalla testa che anche Trump (e la sua guerra nei confronti della libera informazione, vedi Letterman), contro cui chiaramente il film è diretto, non sia che un simil-Berlusconi all’ennesima potenza.
In peggio o in meglio l’Italia da sempre precede spesso tutti in tutto.


Marina Pertile

giornalista


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