Tra i ghiacci ormai precari come l’umanità. Lucia Calamaro con “Antartica” porta al cinema la solitudine dei ricercatori

In sala dal 7 maggio (per Vision Distribution) “Antartica – Come una fiaba”, film id’esordio della pluripremiata drammaturga Lucia Calamaro. Che ci porta in una base di ricerca italiana nel continente ghiacciato, tra gioie e affanni della piccola comunità di ricercatori che la anima, alle prese col  taglio dei finanziamenti statali e il rischio di finire in pasto a una corporation. Lirico e politico, anomalo e imperfetto il film celebra la complessità della natura e la sfida quotidiana di chi intende ancora la scienza come bene comune. Presentato allo scorso Bif&st …

L’unico ulivo dell’Antartide si trova nell’immaginaria base di Sidera, la più piccola in un arcipelago di installazioni che si occupano di ricerca scientifica (senza scopi militari o di speculazione economica) nel continente ghiacciato. È lì, in un luogo irraggiungibile per otto mesi su dodici, che vivono e convivono gli scienziati protagonisti di Antartica – Quasi una fiaba (presentato al Bif&st nella sezione Rosso di Sera, e in sala dal 7 maggio per Vision Distribution), lungometraggio d’esordio di Lucia Calamaro, acclamata drammaturga vincitrice di molteplici riconoscimenti, fra cui 3 Premi Ubu per L’origine del mondo, pubblicato (assieme al successivo La vita ferma) in Italia da Einaudi e in Francia da Actes Sud.

Ad interessare dichiaratamente la regista (che ha collaborato alla scrittura di FolleMente di Paolo Genovese, e che qui firma la sceneggiatura con Marco Pettenello) c’è la capacità del mezzo cinematografico di «fissare il tempo» (e di ingigantire i corpi), e qualcosa del genere tende a farla anche il ghiaccio. Che, per la sua capacità di conservare letteralmente l’aria di altre epoche, è la memoria storica del pianeta, il suo rimosso psicanalitico e, forse, una speranza per il futuro, riflette Calamaro, ispirata per Antartica dalla scoperta, nel 2023, di alcuni “super-vermi” congelati e “resuscitati” dopo 46.000 anni.

La vita, insomma, può riemergere, mentre il nostro modello di sviluppo autodistruttivo ci fa inabissare: non per nulla, la cineasta-drammaturga ha tenuto a mente anche le immagini impressionanti degli edifici che affondano sul permafrost siberiano in via di scioglimento (Permafrost era anche il titolo provvisorio di Antartica): «Il Ghiaccio Eterno», racconta, «stava cambiando stato: da Eterno a Precario. Anche lui cedeva. Le strutture umane affondavano su quella che prima, per milioni di anni, era stata considerata terraferma ed ora era tornata ad essere, a causa del riscaldamento climatico, ghiaccio resistente».

E potrebbe essere proprio “resistente” la parola chiave per descrivere i ricercatori del film, «i più sfigati dell’Antartide», come si definiscono, a cui l’isolamento prolungato in uno degli angoli meno ospitali della Terra non ha certo smussato le problematiche caratteriali e relazionali: così, per il capomissione Fulvio Cadorna (Silvio Orlando) è più facile perdersi nel sogno della sua utopistica “Città del Ghiaccio” (rappresentata in un plastico con tanto di sale comuni, librerie e treni) anziché affrontare il rapporto irrisolto con la brillante criobiologa Maria (Barbara Ronchi), a cui si sente legato quasi come a una figlia (e forse lo è). A sua volta, Maria comunica meglio col ghiaccio e il suo «vocabolario» segreto che con la collega Rita (Valentina Bellè), tanto affezionata alle tartarughine del laboratorio da essere restia a sperimentare la crioibernazione su di loro.

Ma proprio questi individui così fragili e contraddittori giocano una partita chiave per decidere che società vogliamo essere, se vogliamo continuare ad essere. E, di fronte alla minaccia di perdere i finanziamenti statali e venire fagocitati dalla multinazionale taiwanese Perennial, la comunità di scienziati bizzarri e nevrotici dovrà (ri)scoprirsi soggetto politico. Decidendo democraticamente se rischiare la chiusura dei loro progetti o cedere all’abbraccio della corporation, per cui la ricerca non è un bene comune ma un’opportunità di mercato, a uso e consumo di facoltosi clienti che già sognano di ibernarsi a pagamento.

Sprofondare dunque nelle derive turbocapitaliste del presente o riemergere con un’alternativa per il domani? E ancora, per dirla con Rita, «romanticizzare il mondo» o piegarsi alla fredda legge dei numeri? Calamaro tocca dilemmi urgenti muovendosi fuori dalla comfort zone del cinema (non solo) italiano. E ci consegna un film appassionato e imperfetto (come i suoi protagonisti), che a tratti appare indeciso se essere una commedia (a volte grottesca, vedi il confronto con la rappresentante della Perennial), una parabola lirico-filosofica alla Terrence Malick, un apologo militante stile Ken Loach (nelle sequenze delle assemblee) o addirittura la premessa a una fiaba sci-fi.

Troppi personaggi lasciati in secondo o terzo piano, comunque, per avere il respiro di un affresco davvero corale. E, soprattutto, troppe parole, ora ansiose di alleggerire ironicamente la vicenda ora tese a gonfiarne le risonanze poetiche (l’insistita voice over di Maria) e a sottolineare, a volte un po’ didascalicamente, i temi in ballo. Laddove, invece, una minore enfasi e un più rarefatto silenzio, ad accompagnare e lasciar respirare le immagini, avrebbero forse restituito con maggiore forza l’anomala normalità del microcosmo rappresentato. Che ci lascia, in ogni caso, un’ode densa di spunti alla nostra buffa, maldestra ma, nonostante tutto, tenace umanità. Sperando che di essa, magari sotto ghiaccio, sopravviverà qualcosa.


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.


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