Tussy Marx, fiammeggiante ribelle. La punk-soap di Susanna Nicchiarelli da Venezia alle sale

In sala dal 17 settembre per 01 (a Roma al Sacher di Nanni Moretti) “Miss Marx” di Susanna Nicchiarelli dedicato a Eleanor Marx, figlia minore del grande filosofo di Treviri. Una punk-soap in cui la regista di “Nico” si lascia indietro tutta la retorica dei film italiani visti a Venezia 77 dove è passato in concorso. Una figura anticonformista per parlare soprattutto dell’oggi. Straordinaria l’interpretazione di Romola Garai nei panni della protagonista.

Miss Marx di Susanna Nicchiarelli è una soap punk, una storia di Inghilterra fine Ottocento che potrebbe essere anche la Swinging London anni Sessanta; e infatti ci sono le droghe (oppio) e la (contro)cultura, le lotte operaie e l’anticonformismo di una giovane donna che crede nel libero amore e non nel matrimonio, e neppure in un’altra vita nell’aldilà: “Ed è meglio così” dice al nipotino sgomento “altrimenti il nonno in questo momento brucerebbe all’inferno”.

Il nonno si chiama Karl Marx. Si, quel Karl Marx. Siamo nel 1883, l’autore del Capitale è appena morto ed Eleanor, la più piccola delle sue tre figlie, ha 28 anni ed è una vera ribelle; di più, una leader delle lotte socialiste e sindacali, una comiziante carismatica; la ragazzina innamorata di Garibaldi come di Shakespeare, il cui motto sarà, fino alla fine: “Sempre avanti”.

Miss Marx di Susanna Nicchiarelli (che tre anni fa con Nico 1988 trionfò nella sezione Orizzonti) si lascia indietro tutta la retorica dei film italiani visti fin qui, per raccontare una figura femminile non meno controcorrente di Nico o della piccola comunista Luciana di Cosmonauta, e lo fa con un’operazione che ricorda in parte, nel linguaggio cinematografico, Marie Antoinette di Sofia Coppola. Ovvero: film in costume dove la musica manda in corto circuito passato e presente.

Lì c’era la corte di Versailles con i suoi aristocratici come popstar e i Cure e i Bow Wow Wow a fare da colonna sonora. Qui c’è la giovane Tussy, come la chiamava papà, a cui Romola Garai, bravissima, dà il suo sguardo limpido e compassionevole. Tussy ha un’idea precisa del mondo; ha ideali, valori, è femminista, innamorata, legata alla famiglia, caparbia, avventurosa; le sue contraddizioni e la sua umanità si meritano il punk furibondo dei Downtown Boys e le cure del gruppo indie torinese, Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo.

Ma questa non è una semplice operazione postmoderna, un giochino estetico, e neppure un pamphlet di revisionismo culturale. Alla
regista non interessano tanto i panni sporchi di casa Marx (che lui avesse fatto un figlio con la governante, spingendo Engels a dichiararlo suo, è storia risaputa); anche se una delle scene più belle è proprio un quadretto familiare nella campagna francese dove l’altra figlia Marx, Laura, si è ritirata col marito, il rivoluzionario creolo Paul Lafargue, che alla militanza politica ora preferisce polli, galline e oche. Il riflusso, insomma, non l’abbiamo inventato noi.

Così anche Eleanor inchioda per la sua contemporaneità, per quello che può dirci su noi stesse, qui, oggi; su quella “dipendenza morale delle donne dagli uomini” di cui è consapevole e da cui non la salva neppure tutto il suo bagaglio intellettuale e la sua lucidità. Innamorata di Edward Aveling, socialista anche lui e commediografo squattrinato, non lo molla pur sapendo quanto fosse amorale, traditore, bugiardo, e indifferente alla montagna di debiti che le scarica addosso.

Eleanor si muove in un mondo dove le donne sono chiaramente infelici e “costantemente espropriate della propria dignità di esseri umani esattamente come i lavoratori sono espropriati del loro essere produttori“. Tutto, persino gli abiti – bellissimi, luminosi (di Cantini Parrini), in contrasto col grigio anonimo dei maschi che le stanno intorno – parlano della sua vitalità, e se non bastasse quello arrivano le scariche di punk: come dire, se questo è un feuilleton socialista, non ci saranno lacrime da asciugare.

Tra le molte imprese della sua vita (conclusa con un gesto estremo, non per sconfitta ma per essere padrona del suo destino fino alla fine) c’è anche l’aver tradotto per il pubblico inglese Casa di bambola di Ibsen; con un artificio perfetto, la regista fa recitare l’opera a Tussy e al suo Edward e nella sovrapposizione tra teatro e realtà c’è tutta la verità, lucida e dolorosa, che Eleanor Marx amava così tanto. In quella casa di bambola lei ci ha vissuto tutta la vita, costretta prima dal padre e poi dal marito.