Tutte le mamme del cinema

Almodóvar, Honoré, Dolan, Ozon, De Oliveira ci hanno parlato di loro: variazioni registiche e concettuali sulla figura materna

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“Tutto su mia madre” di Pedro Almodovar

Chiamare un film Mia madre, come fa Nanni Moretti, significa subito evocare un archetipo primario di cinema e letteratura. Dagli inizi del cinematografo: non serve ricordare La madre di Pudovkin, opera fondativa sovietica del 1927, tratta non a caso dall’omonimo romanzo di Gorkij in una prima embrionale relazione libro-film.

Dopo aver percorso tutto il Novecento, la madre è figura centrale nel cinema dei nostri anni. Il 2000 si era aperto con il capolavoro di Almodóvar, Tutto su mia madre (1999), in cui l’autore manchego proponeva la sua versione dislocante: un figlio morto e due madri, Manuela e Lola, ovvero un padre/madre che lavora sui marciapiedi sottoforma di travestito. Nel suo teatro di genere (inteso come “gender”) il regista dialoga con la morte, con ironia e malinconia cinefila, e propone una famiglia anomala, segnata dal problema di due mamme e nessun figlio. Ma in realtà le madri riempiono la filmografia del cineasta, basti pensare a Volver (2006) dove Sole accoglie il ritorno – forse spettrale – della madre defunta (un’immensa Carmen Maura).

Dopo il film che apre il millennio, tante altre madri si riversano sulla pellicole del cinema europeo. All’insegna della riconfigurazione della figura materna: c’è quella comica di A mia madre piacciono le donne di Inés París e Daniela Fejerman (2001), con tre sorelle che scoprono il nuovo amore della mamma in una ragazza. C’è quella estrema di Ma mère di Christophe Honoré (2004), tratto dal romanzo incompiuto di Georges Bataille: Pierre scopre la vera essenza di sua madre Hélène, una natura ambigua e sessualmente perversa che conduce alla scoperta, esibizione e manipolazione del piacere carnale. La madre subisce un violento rovesciamento: da genitore venerato, degno di rispetto, compie un percorso di decostruzione del suo stresso immaginario sino a piombare nell’abiezione, innescando nel figlio una presa di coscienza e una de-mitizzazione dello stereotipo.

Un rapporto amore/odio verso la madre segna l’intera filmografia di Xavier Dolan, si offre come possibile senso del suo fare cinema. Il giovane regista più talentuoso in circolazione (classe ’89) ha esordito proprio con J’ai tué ma mère (2009), “ho ucciso mia madre”: film autobiografico, titolo simbolo della liberazione figurata dal ventre materno, che riprende il titolo del tema che il protagonista scrive a scuola (lo stesso Dolan) esasperando un conflitto latente. La madre acquista una pronuncia da bambino, più intima e morbosa, nell’ultimo Mommy (2014), storia di una mamma che prova ad allevare il figlio disturbato sottraendolo alle cure di un istituto. In entrambi i film la madre è interpretata da Anne Dorval, non a caso: l’icona-mamma non può cambiare, neanche graficamente, in una “mineralizzazione” del concetto materno (la madre torna, la madre è sempre la stessa). Qui la figura si estremizza ai suoi bordi, intavolando col figlio un legame di attrazione/repulsione che culmina in sequenze di sintesi visiva (per tutte: Steve che “bacia” Diane coprendole la bocca con la mano).

Lo stesso archetipo affiora in più generi, di continuo: dal drammatico trasfigurato de La guerra è dichiarata di Valérie Donzelli (2011), una madre – e padre – contro il cancro del figlio piccolo, fino all’horror spagnolo La madre (2013), passando per l’omonimo morettiano, il piccolo film Mia madre di Ricky Tognazzi (2010). Tracce di madre anche nell’ultimo Ozon: in Una nuova amica (2014), da un racconto di Ruth Rendell, di fatto il travestito Romain Duris cambia abito anche – come alibi – per fare da “mamma” al figlio neonato, tornando al padre/madre dell’Almodóvar inizio secolo.

Dall’altra parte dell’oceano, una madre ha appena vinto l’Oscar: è Patricia Arquette in Boyhood (2014), capodopera di Linklater che filma lo scorrere del tempo. E che, non a casa, sale sul palco dell’Academy proprio con il ruolo primario: la Mamma, figura base della cine-letteratura americana, eseguita dalla Arquette che cambia nel corsi degli anni, così come cambia il ruolo materno.

Dalla nostra parte del mare, invece, uno struggente addio al cinema contiene proprio una madre. L’ultimo lungometraggio di Manoel De Oliveira, Gebo e l’ombra (2013), pone una mamma al centro della scena, proprio visivamente, nella fissità del piano sequenza del maestro lusitano. Nell’opera tratta dal dramma teatrale di Raul Brandão, la donna è Claudia Cardinale: una madre illusa che, in un teatro di fantasmi, aspetta il ritorno del figlio nel frattempo divenuto fuorilegge. La distanza tra ciò che crediamo e la realtà, il divario tra il desiderio e la vita si incrociano nella sua figura. Film apologo sulla vanità del denaro, sulla finitezza delle cose umane, come sempre in De Oliveira, che offre in Doroteia/Cardinale la figura più idealista, indisposta a prendere atto dello spazio tra la propria credenza e il reale, ad accettare il dolore che ne consegue.

Almodóvar, Honoré, Dolan, Ozon, De Oliveira: molto “loro madri”, ognuno una versione, e la “mia madre” di Moretti – regista dell’autobiografico, dello scarto, dell’assurdo – come nuovo tassello di questo percorso.