Un altrove chiamato Cuba. Nel film rivelazione di Tommaso Santambrogio, struggente apertura delle Giornate

Passato in apertura delle Giornate degli Autori, “Gli oceani sono i veri continenti” sorprendente e felice esordio nel lungometraggio di Tommaso Santambrogio, già aiuto di Werner Herzog e Lav Diaz. Tre storie parallele nella Cuba contemporanea, uno struggente bianco e nero, una danza delle separazioni tra passato presente e futuro. Ripensando al Realismo Magico di Jorge Luis Borges, Luis Sepùlveda, Hernan Rivera Letelier e José Donoso che sembra scorrere in lontanaza nelle vene del film. In sala dal 31 agosto con Fandango. Da non perdere …

Se il buon giorno si vede dal mattino le Giornate degli Autori, nell’ambito dell’edizione n. 80 della Mostra del cinema di Venezia, non potevano trovare miglior apertura di questa opera prima di Tommaso Santambrogio.

Los oceanos son los verdaderos continentes (Gli oceani sono i veri continenti – Italia/Cuba, 2023, 119’) racconta tre storie parallele: quella di Alex e Edith (Alexander Diego e Edith Ybarra Clara), due giovani teatranti, Frank e Alain (Frank Ernesto Lam e Alain Alain Alfonso González), due bambini che sognano di emigrare assieme negli Stati Uniti per diventare giocatori di baseball professionisti e Milagros (Milagros Llanes Martínez), l’anziana signora che cerca di arrotondare la magrissima pensione preparando coni di carta che contengono noccioline, manì, e trascorre le sue giornate ascoltando malinconiche canzoni e notiziari alla radio, e leggendo e rileggendo vecchie lettere che il marito le scriveva alla fine degli anni ‘80, dal fronte della guerra in Angola da dove non è mai tornato.

Il luogo nel quale si svolgono le storie narrate fatto di edifici scrostati e abbandonati, il fiume, la selva, la grotta, l’immobile pueblo di San Antonio De Los Baños, non è solo uno sfondo e un’ambientazione, è esso stesso un protagonista della storia, dove si coltivano i grandi sogni e i dolorosi rimpianti dei protagonisti mostrati nel condurre le proprie difficili vite fatte di piccoli gesti e tenera quotidianità.

Il film che vediamo oggi ha avuto una vita precedente. Era stato presentato con ottima accoglienza in una prima stesura di 20 minuti, nel 2019, alla Settimana della Critica nella sezione SIC@SIC, dedicata ai cortometraggi, e nel 2020 al 32° Festival Cinema Africano Asia America Latina.

Il poco più che trentenne Tommaso Santambrogio può vantare un curriculm di collaborazioni e frequentazioni non comune. È stato assistente di Pupi Avati durante la lavorazione de Il signor diavolo ma è con Werner Herzog e Lav Diaz che ha affinato il tocco che riconosciamo in filigrana in Los oceanos. Herzog ha prodotto il suo cortometraggio Escena Final (2019), girato in Amazzonia, mentre il regista filippino, dopo aver prodotto la prima versione di Los oceanos, lo ha voluto con sé sul set del suo Historya Ni Ha – History Of Ha (2021).

Se di solito è il regista che deve snocciolare e profondersi in ringraziamenti, qui forse dovremmo essere tutti noi spettatori a dover mostrare riconoscenza a chi ha reso possibile Los oceanos nella forma odierna. Come a Marisa Stocchi e Gianluca Arcopinto, che lo hanno prodotto e alle case di produzione Rosamont, Chcha Films con Rai Cinema nonché a Fandango che distribuirà il film dal 31 agosto, speriamo in quante più sale possibile.

Va ricordato inoltre che Gianluca Arcopinto, in tandem con un maestro del cinema come Lav Diaz avevano prodotto il corto poi sfociato nell’opera attuale.
La lunga strada che ha portato alla realizzazione del film nella forma lungometraggio testimonia di “una passione latinoamericana” di Santambrogio, (si perdoni l’appropriazione del calzante titolo dell’autobiografia del regista argentino Fernando Solanas, mai abbastanza ricordato) che con Cuba ha uno stretto legame affettivo: “La prima volta che sono stato a Cuba avevo otto anni. Mi ricordo che, mentre mi avvicinavo ai controlli dell’aeroporto, assistetti a un abbraccio disperato e inseparabile, con profondi singhiozzi e lacrime, tra un padre e una figlia, la quale evidentemente aveva trovato il modo di lasciare l’isola e non ci avrebbe fatto più ritorno. Era un addio, una separazione, struggente e ingiusta quanto terribilmente quotidiana e comune nella società cubana, che oggi sta attraversando la più grave crisi migratoria della sua storia”.

Il film, quindi, ha nella parola “separazione” il termine che sottende tutto il lavoro. La separazione tra chi emigra e chi rimane, tra chi è stato mandato a diffondere l’internazionalismo proletario e chi ne ha atteso invano il ritorno. È altrove, altra parola-chiave possibile e che rimbomba nel film, che sembra trovarsi l’unica risposta possibile all’endemica crisi cubana. I dati ci dicono che quasi l’8% della popolazione ha lasciato Cuba solo nell’ultimo anno e mezzo e il flusso è in costante crescita, come ricorda ancora il regista.

È così per Edith che partirà alla volta dell’Europa col suo spettacolo di marionette, sarà così per la famiglia di Frank. Ma c’è anche l’altrove straziante e senza speranza di Milagros con la sua scatola di lettere dall’Angola. Tutto qui, tre storie: un passato, Milagros, un presente (Alex e Edith) e un futuro (Frank e Alain) che si mostrano tutti insieme solo all’inizio e poi alla fine, sulla banchina della stazione nelle due scene che hanno, più di altre, una potenza espressiva struggente, grazie all’immobilità di una foto di gruppo. Come un Salgado iniziale e un Walker Evans finale.

È proprio la fotografia in b/n di Lorenzo Casadio Vannucci e la scelta certosina dell’inquadratura fotografica neorealista uno dei maggiori punti di forza di questa potente opera prima per la quale non saremo mai abbastanza grati a Tommaso Santambrogio per aver voluto dare forma compiuta ad un progetto del quale il cortometraggio precedente era un significativo abstract.

In questo film ci sono davvero tante cose, mai troppe e mai di maniera o citazioniste, compresa tanta letteratura sudamericana. Inevitabile essere spinti a ripensare al Realismo Magico di Jorge Luis Borges, Luis Sepùlveda, Hernan Rivera Letelier e José Donoso che sembra scorrere in lontanaza nelle vene del film.