Vogliamo essere cattivi. La commedia all’italiana delle “pecore nere” di Mandetta

Tre trentenni e un ragazzino, nella Milano contemporanea della stressante superficialità e degli apericena. Tre personaggi dalle vite caotiche e sconclusionate, eternamente “giovani” e orgogliosi di essere “cattivi” e fuori dal coro, ma anche egoisti, contraddittori, immaturi, antipatici e incoscienti, saranno costretti a serie riflessioni al confronto con questo adolescente abbandonato dalla madre. È “Il club delle pecore nere” di Pierpaolo Mandetta (Rizzoli), con tutti gli ingredienti per una vera commedia all’italiana, o ancora meglio per una serie tv…

Milano, oggi. Il tredicenne Rocco viene abbandonato dalla giovane madre in fuga presso tre amici trentenni che condividono un appartamento: la femminista spogliarellista Nicole, lo scapolo impenitente Ivan e lo scrittore gay Samuele, già protagonista del romanzo d’esordio di Pierpaolo Mandetta, Dillo Tu a Mammà (Rizzoli).
La presenza del giovane Rocco porterà ulteriore scompiglio nelle caotiche e sconclusionate vite dei tre protagonisti, ma sarà anche occasione di riflessione, confronto e crescita. I protagonisti del Club delle Pecore Nere sono dei “giovani” sulla soglia della maturazione che non riescono a (e non vogliono) conformarsi alle aspettative familiari, sociali e culturali che li circondano e che loro vivono, in modo confuso e inconsapevole, come un’imposizione claustrofobica in contrasto con la loro vera natura.

Sono dei personaggi che la società perbene considererebbe poco accettabili, stonati, fuori dal coro. E loro stessi si fregiano di questo loro essere “cattivi”, diversi da un conformismo dilagante. Ma proprio la loro mancanza di armi per combatterlo è alla base di gran parte della comicità e drammaticità della storia.

In pratica, nell’impianto e nella caratterizzazione di questo romanzo, come pure di quello precedente, ci sono tutti gli ingredienti per una vera commedia all’italiana odierna che metta alla berlina i costumi di oggi: dall’ossessione contemporanea per la presenza sui social al sempreverde perbenismo italico di facciata, alla stressante superficialità della Milano da bere e dell’apericena e molto, molto di più.

Mandetta non risparmia neanche i protagonisti stessi, eternamente impegnati nelle loro riflessioni egocentriche, alla ricerca di un senso e di un significato del loro esistere che continua a sfuggire loro.

Senza aver paura di farli apparire per quello che sono – egoisti, contraddittori, immaturi, spesso antipatici e incoscienti, superficialmente introspettivi ma in realtà quasi maniacalmente autoreferenziali, con una scarsa conoscenza storica e senza la minima analisi politica del proprio esistere eppure pieni di opinioni, spesso sbagliate, su tutto – la narrazione leggera e umoristica di Mandetta lascia che siano i suoi protagonisti a esprimersi, in una struttura elegantemente circolare che alterna a rotazione la narrazione in prima persona di ognuno dei tre protagonisti (creando così provvisori sbalzi e vuoti narrativi che creano attesa e curiosità), spesso con lunghe disquisizioni sui massimi sistemi del mondo e della vita che hanno la stessa lucidità analitica e consapevolezza personale e sociale del post medio di qualunque account social.

Eppure è proprio qui la forza della narrazione semplice e diretta di Mandetta: mettere le contraddizioni egoiste di questi eterni figli ribelli che si rifiutano di crescere di fronte a un bambino che invece è costretto, dall’abbandono del genitore e dall’incipiente adolescenza, a crescere di corsa e fa veramente fatica a trovare un senso alla vita che lo circonda.

È da questo contrasto così lampante – spesso comico e drammatico allo stesso tempo – che finalmente nasce un sentimento di empatia nei cuori dei protagonisti del romanzo (e nei cuori dei lettori nei loro confronti). E si può perdonare al giovane autore qualche ingenuità narrativa, specialmente nella parte risolutiva (oltre a un’eccessiva omogeneità linguistica), soprattutto perché lascia aperta la porta a possibili futuri capitoli della saga di questi irritanti, instabili ma tutto sommato simpatici “giovani” che iniziano a maturare. A pensarci bene, oltre che per un bel film, il libro di Mandetta offre anche la base ideale per una bella serie tv che, al contrario di molta fiction italiana, possa raccontare questa generazione con semplicità ma senza stereotipi e luoghi comuni.