“Zama”, aspettando la vita che (non) verrà

Poetico e visionario, “Zama” il nuovo film dell’argentina Lucrecia Martel, ispirato all’omonimo capolavoro di Antonio Di Benedetto (Sur editore) passato fuori concorso. In un avamposto colonico della corona spagnola, i coloni europei, gli usurpatori, sembrano vittime di attese spasmodiche e malariche. Come Don Diego de Zama, magistrato del re, in perenne attesa di essere trasferito in città. Un film che continua a risplendere anche molte ore dopo la sua visione, come una processione di scintille mossa da un’andatura da narcotico a rilascio prolungato…

È bello immaginare come non casuale il fatto che Lucrecia Martel, a nove anni dal suo ultimo film (La mujer sin cabeza), ritorni sugli schermi con Zama, un’opera tratta dall’omonimo romanzo di Antonio Di Benedetto (Sur editore). Poiché si tratta di un romanzo che ha dovuto attendere molto tempo prima d’essere inserito a pieno titolo tra i capolavori di lingua ispanica, e l’attesa è, indubbiamente, uno dei temi principali di entrambe le opere.

Un tipo di attesa simile a quella che contraddistingue i malati gravi, costretti ad autoconvincersi che presto le cose andranno meglio, anche se tutto lascia presagire il contrario. La vicenda narrata si svolge in un avamposto colonico della corona spagnola, situato in un punto non precisato dell’America latina.

I coloni europei, gli usurpatori, occupati nello sforzo di domare e sfruttare la natura e le popolazioni locali, sembrano vittime di attese spasmodiche e febbrili, malariche. Sono tragicamente consapevoli di ambire a far ritorno a un modo, che ai loro occhi appare come civilizzato, che fa a meno di loro senza alcun problema, e nel mentre si trovano intrappolati in una realtà che li logora e distrugge, e il cui fine ultimo è quello di liberarsi di loro.

Allo stesso modo in cui i pesci di fiume, con cui si apre il film, sono costretti a lottare incessantemente per non essere espulsi dall’acqua, loro elemento naturale, ma nonostante lo sforzo immane mai riusciranno a raggiungere il centro del fiume, la pienezza dell’esistenza.

Protagonista di questa storia è Don Diego de Zama, interpretato da un bravissimo Daniel Gimenez Cacho, magistrato della corona spagnola intrappolato in questo avamposto coloniale da cui smania di fuggire, e in perenne attesa di essere trasferito in città, in modo da potersi ricongiungere con sua moglie e i suoi figli.

Ma il trasferimento viene continuamente ritardato. Chi potrebbe aiutarlo lo illude, gioca con lui, gli impone prove spiacevoli o assurde, per poi infine non muovere un dito per migliorare la sua condizione, anzi, finendo quasi sempre con il peggiorarla.

Questo accade poiché anche coloro che potrebbero aiutarlo a ottenere l’agognato trasferimento, hanno in qualche modo, in modo perverso, bisogno di lui, di uno come lui. Grazie al quale esercitare pienamente i loro poteri, come la seduzione e la burocrazia, poteri che, invece, nonostante il brutale uso della forza, non hanno alcun effetto sulle popolazioni locali. Che seppur sconfitte, ingiustamente umiliate e schiavizzate, restano comunque i soli legittimi abitanti di quelle terre, i veri padroni.

Soltanto loro infatti possiedono il privilegio di sapersi accordare al ritmo imposto dalla natura selvaggia. Il ritmo del film della Martel segue l’esempio degli Indios, fingendosi in apparenza bizzarro e dilatato, ma possedendo in realtà una robusta struttura, che potremmo arrivare a definire musicale. A patto d’immaginare una partitura che, rubando le parole di Montale su Zanzotto, abbia come proprio metronomo il battito del cuore.

Il cuore di Don Diego, speranzoso e ingannato, ingiusto e iracondo, ancorato a quegli stessi ideali che lo uccidono piano piano, un cuore sciocco, insomma, e ancora di più, ostinato. Questo è l’altro tema principale del film, l’ostinazione. Un tipo d’ostinazione che trasfigura l’attaccamento alla vita sino a farlo apparire come un vero e proprio accanimento.

Il desiderio di restare in vita diventa un vizio, un orribile, tragico, umanissimo vizio. E più la vicenda di Don Diego si tinge di note tragiche e oscure, e più la natura si fa meravigliosa e accecante, quasi a voler sottolineare la propria grandezza e la propria indifferenza verso le vicende degli uomini. Costretti a soffrire poiché incapaci di accettare la propria finitezza, dubbiosi di qualsiasi cosa ma assolutamente certi di meritare di più.

L’attesa, è sempre l’attesa della gioia, della compiutezza; è dunque l’attesa di un miracolo, di una salvezza miracolosa. E lo sforzo è quello, altissimo e farsesco, che il malato compie pur di continuare a nutrire il sogno di poter esistere ancor, ancora di più, e sempre meglio. Ma, come scrive lo stesso Di Benedetto, “La paura verso i sogni è sempre presente, perché i sogni sono incontrollabili”. Incontrollabili come il fato e come la natura, e misteriosi, anche, come misteriosa è la poesia emanata dal film di Lucrecia Martel, che continua a risplendere anche molte ore dopo la sua visione, come una processione di scintille mossa da un’andatura da narcotico a rilascio prolungato.