“La cena di Toni”, un giornalista de l’Unità, le canne e una malattia feroce

Menzione speciale alla XX edizione di Mediterraneo VideoFestival per “La cena di Toni” il nuovo film di Elisabetta Pandimiglio, delicato ritratto di Toni De Marchi, storica firma de l’Unità che, improvvisamente, si trova a dover ridisegnare il suo quotidiano a causa di una malattia feroce. Ma anche racconto ironico di quel grande tema che è la legalizzazione della cannabis ad uso terapeutico in Italia. Un film che parla di vita più che di malattia, nonostante la metta in scena con pudore e rispetto. Presentato in anteprima al Festival MoliseCinema…

È un vento invernale quello che sorprende a fine pomeriggio e in pieno agosto il gruppetto davanti al teatro-cinema di Casacalenda. È l’ unica sala della cittadina montana, in provincia di Campobasso, riaperta dopo anni grazie all’impegno di questo coraggioso festival – MoliseCinema – che a quindici anni compiuti si muove già come un adulto. Dopo essere nato all’indomani del disastroso terremoto del 2002, per fare la sua parte nella ricostruzione, non solo materiale.

Il gruppetto si muove infreddolito in attesa della proiezione. È l’evento speciale del festival, l’anteprima di La cena di Toni, il nuovo documentario di Elisabetta Pandimiglio, tra i nomi doc del nostro cinema del reale e, soprattutto, tra quelli che non perdono il vizio di scrutare il contemporaneo al di là del conformismo rassicurante. Che sia la vita dei bambini in carcere (Mille giorni di Vito), la scelta “eretica” della non maternità (Sbagliate) o, come in questo caso, il rapporto con una malattia feroce che ti cambia la vita.

È una storia di resistenza, infatti, La cena di Toni. È uno sguardo, anche ironico, su quel grande tema che è la legalizzazione della cannabis ad uso terapeutico in Italia. Ed è pure, inevitabilmente, un’accusa contro quella malasanità – è dell’altro giorno un’interrogazione parlamentare di Sinistra italiana – che ieri ne impediva l’arrivo nelle farmacie ed oggi la fruizione ai malati. Ma è anche e, soprattutto, il ritratto delicato di un’esistenza, quella di Toni De Marchi, storica firma de l’Unità che, improvvisamente, si trova a dover ridisegnare il suo quotidiano nell’angusto perimetro del suo appartamento.

E che stasera, però, è in sala. Nonostante un po’ di accidenti sparati contro il freddo e le difficoltà di spostarsi in sedia a rotelle. E pure il rimprovero di “bentrovato” al direttore del festival, Federico Pommier, che non ha “previsto strutture per disabili”. Perché Toni De Marchi è così, un osso duro, un caratteraccio, un burbero di buon cuore. Lo è sempre stato, anche prima di ammalarsi.

E così lo vediamo sullo schermo, nel racconto attraverso i tre anni di attesa del farmaco. Con quella sua bella faccia rotonda, incorniciata dalla barba folta che sembra un Orson Welles veneziano. Con quel suo corpo da omone, che intimoriva un tempo e che ora deve trascinare a fatica, letteralmente. Con quelle sue bretelle colorate, sopra le Lacoste “d’ordinanza”, che ora si appuntano a braghette corte per lasciare respirare quelle gambe impazzite, rosse e sempre più immobili. E che non gli permettono più di mettere fuori il naso.

Mentre la città è lì che ci appare attraverso la sua finestra. Finestra-cerniera fra due mondi. Fuori le strade di Roma, gli snodi ferroviari, i tramonti infuocati e il passaggio delle stagioni. All’interno l’appartamento di Toni che il mondo se l’è tirato dentro. Il suo lavoro di giornalista che continua (lo scoop del mancato taglio agli F35 è suo), il via vai degli amici, la fisioterapista, le appassionate ricerche di ricette sul web per le sue proverbiali cene, preparate in coppia con Edison, assistente e vera e propria spalla comica quando si tratta di assaggiare il risultato.

Nel mezzo le telefonate agli amici per sapere “l’effetto che fanno le canne” e pure e soprattutto quelle al medico curante, per avere notizie del farmaco “incastrato” tra burocrazia, malasanità e possibili “mazzette”. Mentre ormai tutti gli amici, in attesa con lui, ne chiedono notizie, pronti a festeggiarne l’arrivo con una grande cena, più grande delle solite, più affollata di sempre. E che arriverà con l’arrivo del farmaco, dopo tre anni. Delicato happy end che commuove e fa sorridere, in un film che parla di vita più che di malattia, nonostante la metta in scena con pudore e rispetto. Che della vita, insomma, racconta la capacità di reinventarla di fronte all’arrivo di un qualunque “ospite inatteso”.

È una storia di resistenza La cena di Toni, l’avevamo detto. Un po’ come questo piccolo festival nel cuore del Molise. Come il cinema orgogliosamente autarchico di Elisabetta Pandimiglio. E come questa piccola sala dove, a fine proiezione, il pubblico si alza in piedi con uno scroscio di applausi commossi.