La leggerezza della rivoluzione di Cecilia. A 91 anni debutta come attrice a Parigi.

Debutto da attrice e in lingua francese a 91 anni. Succede a Cecilia Mangini col film, “La nuit, je mens”, di Stéphane Batut, una particolarissima riflessione sul “rapporto interscambiabile tra la vita e la morte. Un film di fantavita e di fantamorte” in cui la decana del documentario veste i panni di una nonna di origini italiane uccisa da un gatto che le cade in testa. I ricordi della “sua” Parigi, della vedova di Trotsky e del film “parigino” su Bucharin mai fatto. E, soprattutto, lo spirito inarrestabile di una grande intellettuale rivoluzionaria che sarà alla Festa di Roma con “Le Vietnam sera libre, suo ultimo lavoro realizzato con Paolo Pisanelli …

“Io gliel’ho detto subito: guarda che non ho mai recitato, ho la stampella e poi perché proprio me? Ci sono così tante brave attrici in giro. Lui però ha insistito, è venuto a Roma due tre volte per farmi i provini ed ecco… a fine agosto ero a Parigi a girare”. E per la prima volta davanti alla macchina da presa.

Cecilia Mangini, l’innarestabile signora del documentario, a 91 anni ha debuttato come attrice e in lingua francese. E lo racconta  come la cosa più naturale del mondo: “Mi è sembrata l’occasione per allargare la sfera dell’esperienza, perché no?! Certo un po’ di stanchezza c’è stata, gli ultimi giorni mi dimenticavo qualche battuta. Però sul set si stupivano tutti per il mio francese. Non sanno che ai miei tempi la scuola era una cosa seria e imparavamo a memoria le poesie, i verbi irregolari, tutto”.

Ad un tavolo della libreria Pallotta di Ponte Milvio a Roma, suo “covo preferito” (“di libri ne faccio uso quotidiano”, dice sorridendo), la regista e fotografa che ha raccontato dal vivo la trasformazione dell’Italia da contadina ad operaia, collaborando con Pasolini (La canta delle marane, Ignoti alla città), denunciando il fascismo mai sopito (Allarmi siam fascisti!), lo sfruttamento femminile in fabbrica e nelle campagne (Essere donne), sempre con sguardo anticonformista e dalla parte degli ultimi, spiega come è andata anche quest’ultima avventura, seguita di pochi mesi al suo viaggio al festival di Teheran dove quel “velo imposto alle donne” proprio non le è andato giù.

Cecilia racconta del regista che l’ha scritturata: Stéphane Batut che l’ha vista nel suo ultimo doc, quello girato insieme a Mariangela Barbanente, In viaggio con Cecilia (2013), e l’ha scelta. Magari perché il film in questione, La nuit, je mens, è una particolarissima riflessione – ci spiega lei stessa –  sul “rapporto interscambiabile tra la vita e la morte. Un film di fantavita e di fantamorte con gli emigrati e gli emigranti, l’amore verso gli animali, la dipendenza-indipendenza dal destino, non quello zodiacale o delle chiromanti, ma quello che in greco antico si chiamava moira, filo conduttore di tutte le tragedie”.

Qualcosa non distante, evidentemente, da quei canti funebri della Grecìa salentina, indagati da Cecilia Mangini nei primi anni Sessanta (Stendalì), o da quegli arcaici e sconvolgenti rituali funebri tibetani che vogliono i cadaveri umani trasformati in pasto per gli sciacalli, narrati recentemente dallo stesso Stéphane Batut nel suo doc, Le rappel des oiseaux  (2014).

Fatto sta che Cecilia Mangini in La nuit, je mens (titolo preso in prestito da un brano dello chansonnier Alain Bashung) è la nonna di Agathe, protagonista femminile del film. Una nonna di orgini italiane, molto legata alla nipote che resta uccisa da un gatto che le piove in testa. Mentre il protagonista maschile, Juste, è l’innamorato della ragazza. Provare a spiegare la trama, però, è impossibile. “È di una difficoltà estrema – dice la regista -. Lo stesso Juste muore, rivive, muore… In una stessa scena io (e la mia controfigura) sono stesa morta in un lettino ma accanto a lei, io morta parlante, parlo con Juste. Agathe, invece, largo alle donne, non muore mai”.

Sorride Cecilia Mangini raccontando di quelle tre scene girate in una Parigi d’agosto, così diversa (“mi sembra tanto più triste oggi”) da quella vista appena ventenne nel suo primo viaggio all’indomani della guerra (“il treno attraversava i binari ancora dissestati dai bombardamenti”), fatto con i gruppo di studenti universitari. La scoperta della Tour Eiffel (“senza ascensore”), la folgorazione per gli Impressionisti a Jeu de Pome e le notti all’istituto di suore dove i “letti avevano le cortine calate per non farti vedere quando ti spogliavi, pure se eravamo tutte donne”.

Non che Parigi non l’abbia vista tante e tante altre volte Cecilia, ma quei ricordi lì, in bianco e nero come le sue magnifiche foto delle cave di Lipari o di quel Sud contadino logorato dalla povertà e dalla fatica, oggi nei suoi racconti sembrano ancora più vividi. Come il ricordo, ancora una prima volta, di quando si è trovata su un set francese. Allora con Lino Del Fra, suo compagno d’arte e di vita.

“Eravamo a Parigi per il film su Bucharin e quindi sulla repressione stalinista – prosegue – . Sapevamo che la moglie di Trotsky, Natalia Sedova stava morendo e andammo subito da lei. Ricordo che ci salutò dicendo: “aucun doute que la révolution viendra” (nessun dubbio che la rivoluzione arriverà). È stata l’unica sequenza che abbiamo girato perché poi il film (Processo a Bucharin) non si fece più, mi pare per un cambio di vertici alla produzione. Eppure ricordo ancora la grande efficienza sul set, proprio come l’ho ritrovata ora su quello di Stéphane Batut con la sua troupe”.

Troupe che Cecilia ha ritrovato pochi giorni fa per un’ultima scena girata a Marsiglia. Scendendo verso il mare, racconta, “dico una lunga battuta dedicata alla morte di un mio bisnonno siciliano vissuto sotto i Borboni”. E la storia è più o meno questa. Condannato a morte per la sua fede repubblicana, l’uomo viene visitato in carcere dalla moglie che gli dice: “non preoccuparti è tutto a posto. Ho pagato i soldati per sparare a salve. Basterà che al momento dei colpi ti butti a terra e tutto andrà bene”. “Invece non era vero niente – conclude – era solo una bugia per rassicurarlo di fronte alla morte”. Quella che è certa per tutti, anche più della rivoluzione. Ma che si può anche maneggiare con leggerezza, come ci insegna Cecilia.

Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e del premio Bookciak, Azione!. E prima, per 26 anni, a l'Unità.

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