Le verità nascoste nella Sicilia di Sciascia. Con Petri e Volonté a raccontarle

Ad oltre cinquant’anni dalla sua uscita e a venticinque dalla scomparsa di Gian Maria Volontè, torna a “A ciascuno il suo” di Elio Petri dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia. La versione restaurata (dal Museo Nazionale del Cinema di Torino e Movietime) sarà presentata il 26 luglio nell’ambito de “La valigia dell’attore”, festival fondato dalla figlia del grande interprete, Giovanna Gravina Volonté che si svolgerà alla Maddalena dal 23 al 28 luglio …

Tutto sembra già scritto; in volti che occhieggiano complici tra loro, in ammiccamenti consolidati, in commenti dal sapore falsamente quotidiano o in chiacchierate che sembrano invece già cantilene, stantie e risapute proprio come proverbi millenari: è questo l’insieme che affiora di una società perpetua ed immobile nella quale ogni parte in commedia è già stata assegnata. Una commedia salda come i vecchi palazzi nobiliari ove in parte si svolge, ogni giorno, eppure… Eppure tutto sta giusto per crollare…

Dopo tanti anni A ciascuno il suo, film del 1967 diretto da Elio Petri, “liberamente ispirato” al romanzo di Leonardo Sciascia, appare ancora un congegno perfetto, perfetto proprio come un dramma antico, un dramma fuori dal tempo che poco si interessa delle legittime aspettative dello spettatore. Un dramma incombente, immutabile, ammonitore.

Così proprio il tempo non fa difetto all’indagine poliziesca artigianale dell’anticonformista Paolo Laurana, fuori dagli schemi di qualunque narrazione lui, magnificamente interpretato da Gian Maria Volonté. Ognuno, nel paese, ed anche fuori, ne sa più di lui, ma lui, Paolo, insegnante in un liceo di Palermo, asociale, avulso, con un passato di militanza comunista, appena poco più che “considerato” dalle forze dell’ordine, per dire della “pochezza” che gli è attribuita, è convinto che la storia non sia così evidente come appare: è indomito; ma è anche ingenuo, ha per giunta (purtroppo) la fiducia che ogni giovane deve avere; vuole avere il diritto di scoprire e rivelare, e questo nella Sicilia più appartata di Sciascia, specchio dell’Italia più conformista che, solo fintamente, abbraccia il sentiero della modernità, mentre affiorano fatti bui quanto il mistero stesso, come gli inquietanti dossier del SIFAR (gennaio 1967).

Nel paese di Paolo Laurana, durante una battuta di caccia vengono uccisi due uomini, il farmacista Manno e il dottor Roscio. Il farmacista è sulla bocca di tutti per via di una sua relazione extraconiugale, così si giunge sbrigativamente alla conclusione che l’obiettivo dell’agguato fosse di sicuro lui solo, e di conseguenza vengono arrestati il padre e dei fratelli di Rosina, la servetta adolescente sedotta da Manno.

Paolo, l’antieroe, il dropout, il non classificato, il looser che insegue solo il flusso del suo irrefrenabile pensiero, non la pensa come ha già da tempo deciso di pensarla tutto il paese e le forze dell’ordine con esso. Paolo insegue la verità, ma non ha scudi per la propria vulnerabilità, anche (e soprattutto) quella sentimentale.

La sua non intaccata purezza finisce così nel tritolo di una trappola confezionata ad arte. In breve, il paese, i suoi notabili, forze dell’ordine e chiesa, si liberano di quello “scocciatore” (succederà, con modi e valenze diverse, allo stesso modo anche a Peppino Impastato e a tanti altri, più avanti nel tempo).

Ma in una Sicilia in cerca d’eroi, non ha davvero le “qualità” dell’eroe Paolo. Non è attento quanto dovrebbe. Si fida troppo. Si innamora. Troppi errori per interpretare quel ruolo… Il finale del racconto sarà dunque amarissimo. La trama porterà a contemplare l’immutabilità di un luogo e dei suoi attenti abitanti.

Sarebbe il momento per un funerale, ma l’ipocrisia festeggia invece con un sontuoso matrimonio. Così Sciascia: “Poveri innocenti” vezzeggiò con ironia il commendatore “poveri innocenti che non sanno niente, che non capiscono niente… Tenete, mordete questo ditino, mordetelo” e accostò prima alla bocca del notaro e poi a quella di don Luigi il mignolo che usciva dal pugno chiuso, così come in tempi meno asettici dei nostri le mamme usavano fare coi bambini cui stavano per spuntare i denti. Risero tutti e tre. Poi Zerillo disse “Ho saputo una cosa, una cosa che deve restare tra me e voi: mi raccomando… Riguarda il povero Laurana…”. “Era un cretino” disse don Luigi.

Ma sarà solo una messinscena, appunto, anche questa, e quel “presepe”, nonostante le precauzioni e le preoccupazioni di molti, almeno in apparenza, comincerà a cedere qualcosa in terreno, davanti al nuovo che avanza, fatto di una infinità di Paolo Laurana… giovani, non eroi, determinati a sognare un mondo diverso, a sconfiggere trame, con la purezza della sincerità.

Questo film segna l’inizio del fortunato sodalizio artistico fra Elio Petri, Ugo Pirro e Gian Maria Volonté, che si protrarrà nel tempo (Indagine al di sopra di ogni sospetto, La classe operaia va in paradiso).

Oltre a Volonté, grande lo stuolo degli attori di primissimo livello che lo attorniano con prove certamente magistrali: da Irene Papas a Gabriele Ferzetti, da Salvo Randone a Luigi Pistilli, Mario Scaccia, Leopoldo Trieste. E straordinaria è la regia di Elio Petri.