Sciascia e il cinema, una storia d’amore e odio. E un nuovo libro per raccontarla

Da Raymond Chandler a J. D. Salinger, gli scrittori hanno sempre subito il fascino del cinema salvo poi, spesso, rimanerne profondamente delusi. Anche per Leonardo Sciascia le cose non sono andate diversamete. A ripercorrere questo complesso rapporto d’odio/amore col cinema dello scrittore di Racalmuto è “Questo non è un racconto” (Leonardo Sciascia, Adelphi, 2021) pubblicato in occasione del centenario della sua nascita. Presenti anche tre soggetti inediti scritti per Lizzani, Wertmüller e Leone. Con quest’ultimo, però, fu subito rottura …

Leonardo Sciascia: «Sin oltre i vent’anni sognai di fare il regista, il soggettista, lo sceneggiatore… »
Con vera passione, Leonardo Sciascia ha scritto “di” e “per” il cinema.
Quando il cinema lo ha amato, come autore di romanzi affermati, lui, da “innamorato”, ha ricambiato. Poi però, senza mai perdere per questo ardore, dal cinema Sciascia è stato anche assai deluso.

Una vecchia “querelle” questa, nella quale sono incappati tanti scrittori: la “rarità” di buone trasposizioni; per le conseguenza di un inconsueto “mestiere”, quando il “reparto” di sceneggiatura prende a funzionare come “officina di smontaggio”.

Si pensi a Raymond Chandler, e a tanti altri che, ai tempi andati, tentarono la via della California: “a Hollywood la sceneggiatura è affidata a uno scrittore salariato sotto il controllo di un produttore: vale a dire a un impiegato privo di ogni potere decisionale… “, scriveva il giallista di Chicago; e può capitare anche per mera “furfanteria”, quella tesa a massimizzare gli introiti: J. D. Salinger prima acconsentì l’uso, quindi restò mortificato da un film tratto da un suo racconto re-intitolato Questo mio folle cuore, a tal punto deluso che costrinse chiunque, per contratto, a vietare altre trasposizioni dei suoi romanzi, e via via fino alla storica, ed anche per certi versi, sicuramente sorprendente, delusione di Stephen King per la versione film di Shining fatta da Kubrick, ritenuta del tutto non rispettosa degli intendimenti della trama.

Nondimeno, gli scrittori (Sciascia lo conferma) hanno sempre subito il fascino del cinema. E viceversa.

Passione per il cinema? Ecco cosa ne dice lo stesso Sciascia, ricordando i suoi anni giovanili: “Studiando intanto a Caltanissetta, avevo modo di vedere più films: uno al giorno, e a volte anche due. Ogni anno riempivo un libretto di annotazioni sui films visti: avevo, prima che lo facessero i giornali, inventato una specie di votazione con asterischi: cinque il massimo voto. La cosa curiosa, scoperta qualche anno fa, è che Gesualdo Bufalino, che non conoscevo, faceva allora la stessa cosa. Non molto curiosa, a pensarci bene: perché per lui, per me, per altri della nostra generazione e della nostra vocazione, il cinema era allora tutto. TUTTO”.

Rivela lo scrittore di Racalmuto di cui quest’anno ricordiamo i 100 anni dalla nascita che il libro Questo non è un racconto (Leonardo Sciascia, Adelphi, 2021) concorre a corredare.

Oltre la “passione”, evidente, naturale, da sogno, come andarono le cose tra Sciascia ed i registi dei suoi film?
Ancora Leonardo Sciascia, parlando di se stesso, stavolta con una certa dose di “rassegnazione”: “Per quei rari e fuggevoli contatti che abbiamo avuto col mondo del cinema, a noi appare sempre miracoloso il fatto che un film riesca a venire fuori – ottimo o mediocre che sia – da quel caos che è il lavoro di preparazione letteraria, il lavoro che vien fatto sul soggetto e da cui vien fuori la sceneggiatura o trattamento che dir si voglia. Senza dire di quel caos che deve essere la vera e propria lavorazione cinematografica: quella sul set per intenderci. La verità è che l’autore del film è il regista, e soltanto lui sa quel che un film sarà” (pag, 66, “Dal soggetto al film”).

Eppure, come rivela questo prezioso volume: “A Sebastiano Gesù, che si era sentito rispondere: «sa che io non vedo i film sulla mafia, non li ho mai visti» e aveva provato a replicare: «Avrà visto almeno i film tratti dalle sue opere», Sciascia contrappose un secco «Nemmeno quelli», per poi ammettere: «Si immagini che Il giorno della civetta l’ho visto due anni dopo la sua uscita nel circuito commerciale. L’ho visto a Palermo, al cineforum Casaprofessa, dai salesiani. Sono stato invitato, sono venuti, addirittura a prendermi da casa e così ho avuto modo di vedere il film. Eppure Il giorno della civetta era un buon film“. (Intervista del 1987 in Damiano Damiani e la Sicilia, a cura di Sebastiano Gesù, Incontri con il cinema – Centro Studi Cinematografici, Acicatena, 1989, p. 27).

Questo non è un racconto segue un doppio binario.
La prima parte è destinata ad accogliere 3 interessantissimi “soggetti” inediti scritti da Sciascia nell’ordine per Carlo Lizzani, LinaWertmüller, Sergio Leone. Soggetti nei quali si può godere della scrittura sapiente e senza fronzoli del grande scrittore, non meno di quanto accade coi suoi romanzi.

Sono al centro di questi soggetti la ricostruzione (per Lizzani) della vicenda di Serafina Battaglia che aveva sfidato la mafia nelle aule giudiziarie per far arrestare gli assassini del figlio, oppure, ed ancora, una storia di mafia per la Wertmüller in cui si racconta di due giovani, un ragazzo e una ragazza, che assistono a un omicidio di mafia che stravolge le loro vite.
Infine, l’incontro/scontro di personalità con Sergio Leone, il regista ricercatore di “leggende”, esploratore e cantore di territori, attratto dalla Sicilia. Storia più complessa e racconto di un “naufragio”. Ecco, secondo il racconto del libro curato da Paolo Squillacioti come andarono le cose: “Il terzo testo qui presentato (pp. 33-55) è altrettanto interessante, ed è il più misterioso, perché sul naufragio della collaborazione con Sergio Leone – testimoniata da una bozza di contratto per la sceneggiatura di un film intitolato C’era una volta l’America, datata 8 marzo 1972. Roberto Andò, a riguardo ricorda: il grande regista chiede a Leonardo, ormai celebre, di collaborare alla scrittura dei dialoghi di una sua sceneggiatura per un western. Dopo qualche tempo, Leone capita a Palermo, e, subito, cerca Sciascia e lo invita a pranzo a Villa Igea. Sono i giorni di Pasqua e con il regista c’è tutta la sua famiglia. Ad accompagnare Sciascia c’è invece solo l’amico Vincenzo Consolo. Il tono di Leone è di ammirazione verso lo scrittore, ma lo tratta come se fosse già un suo collaboratore e dunque, da vero cinematografaro, con i modi spicci e paternalistici di chi vive a Roma e interloquisce con un provinciale. Tanto è spiccio il tono che, a metà pranzo, Sciascia scioglie l’equivoco e, bruscamente, lascia la tavola, la collaborazione non gli interessa”.

Ecco in sintesi estrema il racconto di una mancata, importante, collaborazione tra due personaggi di grande rilievo del nostro cinema e della nostra cultura.

Nel volumetto pubblicato da Adelphi trovano poi posto articoli di Sciascia, in occasione di alcuni eventi particolari: i 100 anni di Eric von Stroheim (1985) (“l’ufficiale austriaco che ha dietro di sé il crollo di un impero”), la morte dell’amatissimo Renè Clair (1981) o quella di Buster Keaton (1966), l’uscita del film Il bell’Antonio che Mauro Bolognini nel 1960 trasse dal romanzo di Vitaliano Brancati, e che non gli piacque (“Non ci è mai capitato di essere d’accordo con la censura, e di rimpiangere anzi che la censura sia così imprevedibilmente di manica larga”). Ma anche sull’erotismo al cinema o sui suoi miti, giusto in occasione della morte di Gary Cooper (1961) (“Gary Cooper se n’è andato: ultimo simbolo dell’altra America, dell’America che abbiamo amato. La terra dell’omerica epopea della frontiera, della statua della Libertà, di Fenimore Cooper, di Franklin Delano Roosevelt”), Gary Cooper cui dedica anche una poesia, o su Pietro Germi, o su Antonioni, Bergman e Pasolini.

Nonostante la gran quantità di film tratti dai suoi lavori, da A ciascuno il suo di Elio Petri (1967), fino a Il consiglio d’Egitto di Emidio Greco (2001), Sciascia sembra addirittura, e paradossalmente, più a suo agio nella produzione documentaristica, dove forse il processo ideativo e realizzativo è più semplice e più leggero, meno “frustrante”. Scrive testi per questi documentari.

Ecco qualche esempio di un lavoro che spazia: “dal documentario industriale a quello turistico-culturale; dal documentario di denuncia al documentario d’inchiesta, a quello etnoantropologico”. Vanno così ricordati Gela antica e nuova di Giuseppe Ferrara (1964), Con il cuore fermo, Sicilia di Gianfranco Mingozzi (1965), Radiografa della miseria di Piero Nelli (1967), La grande sete di Massimo Mida (1968), Terremoto in Sicilia di Michele Gandin (1968) e L’Italia vista dal cielo: Sicilia di Folco Quilici (1970).
Lo scrittore Sciascia, torna alla scrittura, restando amante – a distanza di sicurezza- del cinema.