Il signor Rotpeter siamo noi. Antonietta De Lillo, alla Mostra, tra Kafka e la libertà

Sorprendente ritorno al Lido di Antonietta De Lillo con “Il signor Rotpeter”, personaggio nato dalla fantasia di Franz Kafka. Con una grande Marina Confalone nei panni scimmieschi, un piccolo gioiello fuori concorso e fuori formato che tanto dice della nostra condizione umana. 37 minuti di cinema sperimentale, straniante, intelligente, ironico, divertente e politico. Sicuramente “l’oggetto” più innovativo tra tutto quello che di italiano abbiamo visto a questa Mostra …

C’è una scimmia che si aggira per le vie di Napoli. Il lungomare, le strade, e l’università, persino, dove tiene una dotta “relazione” su come sia finita qui. Perché in effetti a guardarla bene non è più una scimmia: si è dovuta far uomo per potersi liberare dalla gabbia. Era la sua unica via d’uscita…

Antonietta De Lillo torna al Lido – era dai tempi de Il resto di niente che mancava – e sorprende, spiazza, emoziona con un piccolo gioiello fuori concorso e fuori formato. 37 minuti di cinema sperimentale, straniante, intelligente, ironico, divertente e politico, con una grande interprete, Marina Confalone.

È l’attrice napoletana, infatti, a vestire – superbamente – i panni scimmieschi de Il signor Rotpeter, personaggio letterario nato dalla fantasia di un signore praghese dei primi del Novecento che di “metamorfosi”, soprattutto esistenziali, se ne intendeva: Franz Kafka. Sua è la scimmia diventata uomo protagonista del racconto Relazione per l’Accademia.

Il testo che Marina Confalone ha portato in scena – una data unica – alla Federico II di Napoli. E che, poi, Antonietta De Lillo – complice Marcello Garofalo per la sceneggiatura – ha scelto di portare al cinema, attraverso una sua personalissima lettura in chiave napoletana. Cimentandosi così, dopo i recenti ritratti in carne ed ossa della poetessa Alda Merini e  del fotografo Luca Musella (entrambi disponibili in dvd), in quello di pura fantasia di un personaggio letterario.

Eccoci dunque davanti al signor Rotpeter, immortalato tra l’Accademia, la sua bella casa, il giardino – dove qualche insetto se lo mangia pure – e le vie di Napoli, mentre ci parla di quella “via d’uscita” che spesso scambiamo per libertà, ma libertà non è. Anzi.

Cercando disperatamente la via d’uscita dalla gabbia, infatti, la scimmia kafchiana compie la sua metamorfosi in uomo, raggiugendo l’ “integrazione” – così lo ritroviamo nel film -, l’omologazione e il pensiero unico, aggiungiamo noi, che sono ben lontani dalla libertà.

E non stiamo parlando di emarginati, “diversi” o  migranti. Qui si parla di tutti noi, della condizione umana nella sua interezza. “Come Rotpeter – ci dice la stessa regista – che per adattarsi ad un mondo che l’aveva segregato, è stato costretto ad imitarlo, anche noi spesso siamo costretti ad adattarci ad una società che, sempre più soggetta al potere economico, ci fa perdere di vista la nostra umanità e la nostra libertà”. Anche creativa ed artistica. Come sa bene la stessa De Lillo rimasta in “gabbia”, – quella anche davvero kafchiana – per anni, a causa del pasticciaccio brutto de Il resto di niente, una storia tutta italiana, fatta di querele per diffamazione, carte bollate, avvocati, processi e ricorsi.

Il signor Rotpeter c’est moi, sembra dirci, dunque, Antonietta De Lillo, in questo folgorante ritratto che si fa autoritratto. Autoritratto collettivo del nostro presente, in cui Rotpeter – non quello di Kafka ma quello della regista – ci rivela l’inutilità e la stanchezza di combattere solo per se stessi. Indicandoci una strada per il futuro, in cui ritrovare la memoria, la condivisione, insomma, la bella politica al servizio del vivere.

E Antonietta De Lillo ci dice di essere tentata da questa strada. Per il momento la sta percorrendo col suo cinema, di cui questo suo ultimo lavoro (prodotto ancora una volta in modo autarchico dalla sua Marechiaro Film, affiancata da Alice Mariani, colonna portante della società di produzione-factory) è sicuramente “l’oggetto” più innovativo tra tutto quello che di italiano abbiamo visto a questa Mostra.

“Pensavo che la vita fosse quando finisci di sognare. E invece è la morte”, ci mette in guardia il signor Rotpeter. E il cinema di Antonietta De Lillo è un sogno collettivo.