Da Welles a Coppola, cercando il cuore di tenebra nell’apocalisse del Vietnam

Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata ai classici della letteratura diventati dei classici del cinema. È la volta di “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, che già Orson Welles tentò di portare sul grande schermo, ma che l’immaginazione folgorante di Francis Ford Coppola ha trasformato in uno dei più duri atti d’accusa contro l’ideologia della guerra. Nello specifico quella del Vietnam di cui Apocalypse Now ha cambiato per sempre la sua rappresentazione …

In oltre cento anni di cinema, spesso registi e sceneggiatori si sono ispirati ad un libro per “riscriverlo” con le immagini, cambiandone epoca, ambientazione e talvolta significato. Uno dei casi più noti è Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola che trasformò il romanzo d’avventura Cuore di tenebra (Heart of Darkness), opera del britannico di origini polacche Joseph Conrad (Berdyciv, 3 dicembre 1857 – Bishopsbourne, 3 agosto 1924), in un film capolavoro contro la guerra in Vietnam.

Tra i più importanti scrittori moderni in lingua inglese, Conrad pubblicò Heart of Darkness in tre puntate sulle pagine del Blackwood’s Magazine (una rivista britannica edita tra il 1817 e il 1980) nei numeri di febbraio, marzo e aprile 1899. Nel 1902 il romanzo venne, infine, pubblicato all’interno del volume Gioventù e altri due racconti (Youth, a Narrative and Two Other Stories).

Nel libro cinque membri dell’equipaggio di una imbarcazione ancorata nel Tamigi, sono in attesa delle condizioni favorevoli per la partenza. Il più vecchio di loro, un marinaio di nome Marlow, inizia così a raccontare un’avventura fatta molti anni prima in Africa, verso le sorgenti del fiume Congo, quando lavorava per una compagnia di cacciatori d’avorio, espressione della violenza del colonialismo. Racconta di un lungo viaggio in fiume e del misterioso Kurtz considerato un’autentica divinità dagli indigeni. Racconta, cioè, di un viaggio che da reale si fa metaforico, una discesa agli inferi nelle tenebre del cuore umano, fino a toccare l’enigma del male.

Il primo a voler portare sul grande schermo Cuore di tenebra fu Orson Welles. Nell’agosto del 1939, dopo aver firmato un faraonico contratto con la RKO, si mise subito al lavoro per trarre un film dall’opera di Conrad che aveva già “messo in scena”, con risultati non del tutto soddisfacenti, nella rubrica radiofonica The Mercury Theatre On the Air. Il 30 novembre dello stesso anno la sceneggiatura era pronta, con molte differenze rispetto al testo originale, tutta incentrata sull’identificazione tra Marlow e Kurtz, ruoli che avrebbe interpretato personalmente Welles. Cambiava anche l’ambientazione della prima parte da Londra a New York.

Tuttavia i costi di produzione (si favoleggia di un milione di dollari), le innovazioni volute del regista (tutta la vicenda sarebbe stata ripresa come se lo spettatore vedesse con gli occhi di Marlow, il quale non sarebbe mai apparso in scena se non per qualche inquadratura della sua ombra o delle sue mani) e lo scoppio della Seconda guerra mondiale (tra l’altro Dita Parlo, già diva per Jean Renoir ne La grande illusione e scelta da Welles come protagonista femminile, venne arrestata come collaborazionista) fecero rinunciare la RKO. Welles recuperò alcuni temi nel suo film successivo che fu anche il suo primo lungometraggio: Quarto potere (Kitizen Kane, 1941), ma questa è un’altra storia.

Trenta anni dopo, tra la fine del 1968 e l’inizio del 1969, in piena New Hollywood, John Milius iniziò a scrivere una nuova sceneggiatura contaminando l’universo letterario di Conrad con l’universo reale del Vietnam. Lo stesso sul quale sarebbe tornato dieci anni dopo (era il 1978) col suo capolavoro, Un mercoledì da leoni, dove ci racconta il Vietnam senza mai farlo vedere, attraverso le acrobazie dei tre serfisti californiani che sfidano la natura.

È allora che entrano in scena Francis Ford Coppola, reduce dal successo de Il padrino e Il padrino – Parte II e George Lucas, inizialmente l’uno in veste di produttore e l’altro di regista. Mentre anche Carroll Ballard è al lavoro su una pellicola più fedele al libro.

Col passare degli anni, però, molti si allontanarono dal progetto. Lucas rinunciò alla regia e scelse di dedicarsi ad un film che covava da tempo e che l’avrebbe portato letteralmente tra le stelle: Star Wars. Così fece anche Milius – a lui si era pensato per la regia – che raggiunse Steven Spielberg per realizzare 1941 – Allarme a Hollywood con John Belushi e Dan Aykroyd.

Soltanto Coppola era determinato a portare a termine il film e decise, così, di ultimare la sceneggiatura col giornalista Michael Herr, corrispondente in Vietnam e autore del durissimo Dispacci, libro-denuncia sulla “sporca guerra”, su quell’ allucinante sequenza di crudeltà di cui furono responsabili i giovani soldati americani e a loro modo vittime. Un testo che fece scalpore – era il 1977 – e che catapultò Michael Herr, anni dopo, nella realizzazione di un altro film simbolo sul Vietnam: Full Metal Jacket (1987) al fianco di Stanley Kubrick come co-sceneggiatore.

Coppola ed Herr lavorano sodo. E via via che la sceneggiatura prende forma il romanzo di Conrad sembra allontanarsi. A cominciare dai protagonisti. Non più un vecchio marinaio di nome Marlow, ma un giovane capitano di nome Benjamin Willard; e Kurtz non più un trafficante d’avorio, ma un disertore che si è costruito il suo allucinato impero in Cambogia.

Coppola ed Herr spingono la riflessione, in senso pessimistico, sulla parte oscura dell’anima umana, su quel cuore di tenebra che porta gli uomini a scegliere il male come unica verità. Nell’Africa dell’800 Conrand denuncia le ragioni ecomiche del colonialismo, spacciate per principi morali ed ideologici. Coppola fa altrettanto, guardando al contemporaneo, attaccando frontalmente l’ideologia della guerra con la sua cieca violenza.

E tutto è racchiuso nel titolo. Se in un primo momento Milius aveva pensato a The Psychedelic Soldier (Il soldato psichedelico), Coppola trova la sua forza, invece, ribaltando l’utopia positiva di quel Paradise Now, lo spettacolo del Living Theatre simbolo della contestazione. Arrivando dunque e definitivamente alla catastrofe della guerra, all’apocalisse del Vietnam, all’Apocalypse Now.

E ancora. La scelta degli attori che fu determinante. Coppola per il ruolo di Kurtz pensò inizialmente a Jack Nicholson per poi scegliere Marlon Brando che dava maggiori garanzie ai finanziatori, nonostante non fosse nelle migliori condizioni fisiche della sua vita. Benché fosse a dieta la sua corpulenza, per la quale chiese di essere ripreso sempre nella penombra, e le sue indecisioni rallentarono non poco la lavorazione del film. Per superare le difficoltà il regista bloccò la produzione per due settimane, per ritirarsi insieme all’attore su una barca sul fiume per leggere Cuore di tenebra insieme a lui.

Per interpretare il capitano Willard vennero presi in considerazione Al Pacino, Robert Redford, Steve McQueen, James Caan e lo stesso Marlon Brando, ma alla fine il regista scelse Harvey Keitel per poi licenziarlo dopo appena una settimana di riprese. Venne quindi scritturato Martin Sheen che, abile bevitore, riuscì persino a beccarsi un infarto sul set.

Da segnalare anche la presenza di Robert Duvall nella parte di William “Bill” Kilgore (dopo il rifiuto di Robert Redford e Steve McQueen), di Dennis Hopper nel ruolo del folle fotoreporter adoratore di Kurtz e di un giovane Harrison Ford nella parte del colonnello Lucas (omaggio all’amico regista).

Ed ecco la storia. Il capitano Willard (Martin Sheen) dei corpi speciali americani è incaricato di porre fine al comando del colonnello Walter E. Kurtz (Marlon Brando), il disertore adorato come un dio dagli indigeni cambogiani. Scortato da alcuni uomini, Willard risale un fiume (“Un cavo elettrico che corre attraverso la guerra”) a caccia del colonnello in una discesa visionaria nelle “tenebre del cuore”. E in un finale che il regista rifece tre volte, Kurtz convince Willard ad ucciderlo in un rito sacrificale.

Le riprese, inizialmente previste per sei settimane, si protrassero per oltre un anno, dal marzo 1976 all’agosto 1977, intervallate da problemi con gli attori, difficoltà organizzative e persino un tifone che distrusse l’intero set. Con un totale di 230 giorni nelle Filippine che misero a rischio anche il matrimonio di Coppola con la consorte Eleonor, oltre che le finanze della sua Zoetrope, più volte sull’orlo del fallimento.

Le intense fasi della lavorazione vennero raccontate anni dopo nel documentario Viaggio all’inferno (Hearts of Darkness: A Filmmaker’s Apocalypse, 1991) diretto da Fax Bahr e George Hickenlooper. Oltre due anni di montaggio, difficoltà politiche, economiche e personali fecero slittare la prima, dopo alcune proiezioni private, al Festival di Cannes. Era il 10 maggio 1979. E fu un trionfo.

Con le sue immagine cariche di valenze allegoriche Apocalypse Now è tra i film che maggiorente hanno segnato il nostro immaginario. Un viaggio attraverso la follia della guerra e dell’uomo tra violenza, droga, sesso e orrore. La versione da pelle d’oca di The End dei Doors – appositamente riarrangiata per il film -, i bombardamenti sulle note della wagneriana Cavalcata delle Valchirie, hanno ridisegnato per sempre l’immaginario del XX secolo. Come pure le battutte dei suoi personaggi, entrate nella storia. Due fra tutte: William “Bill” Kilgore (Robert Duvall) che dice: “I love the smell of napalm in the morning” (“Amo l’odore del napalm al mattino”) e le ultime parole di Kurtz, riprese dal libro, “L’orrore… l’orrore”.

Il film si aggiudicò la Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1979 e l’anno seguente vinse l’Oscar per la Migliore fotografia curata dall’italiano Vittorio Storaro nonché il Golden Globe e il David di Donatello per la regia di Coppola.

Uno dei capolavori più tormentati della storia del cinema che il regista decise di rieditare nel 2001, non con un commerciale director’s cut, ma come un nuovo film che vide la luce “ritornando” ancora una volta a Cannes, l’11 maggio. Nacque così Apocalypse Now Redux, di 47 minuti più lungo di quello uscito 22 anni prima.

Interamente rimontato grazie alla collaborazione di Walter Murch, nel film vennero utilizzate le sequenze tagliate nel 1979. Da segnalare la scena in cui le playmate passano alcune ore con Willard e i suoi uomini, un’aggiunta alla scena del surf, la cena con la famiglia francese nella giungla e il bombardamento finale del regno di Kurtz più lungo e affascinante rispetto a quello che si intuiva nella versione originale del film. Un nuovo capolavoro che perde un po’, almeno in italiano, con il nuovo doppiaggio.

Un film epocale, in cui gli eventi bellici acquistano la dimensione di una grande metafora della vita umana e delle sue contraddizioni.

Marco Ravera

Ama il cinema, la politica, i libri, il tennis e Dylan Dog

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