I destini incrociati della vittima e del carnefice

Dal 18 marzo in sala, “La linea sottile”, documentario di Nina Mimica e Paola Sangiovanni sul tema della violenza, raccontato attraverso le vite “incrociate” di una donna bosniaca vittima degli stupri etnici e di un ex parà in “missione di pace” nella guerra in Somalia…

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La vittima e il “carnefice”. Ma lontani nel tempo e nello spazio. Anzi, in realtà non si sono mai incontrati davvero. Eppure le loro storie vissute si fanno simbolo. Simbolo universale di chi la violenza la infligge e di chi la subisce, troppo spesso le donne, lungo quel tracciato “sottile” tra bene e male, normalità e assurdo, umano e disumano di cui non solo le guerre fanno da detonatore.

Ed è questo in sintesi il punto di partenza e l’approdo de La linea sottile, il nuovo documentario di Paola Sangiovanni, regista attenta alla storia e al sociale, soprattutto delle donne (Staffette, Ragazze, la vita trema) che,  stavolta in coppia con la croata Nina Mimica, ci accompagna in questo viaggio nel “cuore di tenebra” – parole della stessa coregista – dell’essere umano, mettendo a confrondo due “vite” apparentemente molto distanti. Quella di Bakira, donna bosniaca vittima degli stupri etnici durante il conflitto balcanico. E Michele, militare di leva nei parà, ai tempi della “missione di pace” in Somalia nei primi anni Novanta, il cui contingente fu responsabile di violenze contro la popolazione civile, donne soprattutto.

A distanza di vent’anni entrambi si guardano indietro. E si raccontano con nuove consapevolezze. Bakira dall’esperienza dell’orrore ha tirato fuori la forza della combattente. E con la sua associazione di donne continua a dare la caccia agli stupratori, tanti, tantissimi ancora a piede libero nelle strade della sua città: Višegrad, paesaggio da cartolina nella Repubblica Serba, in Bosnia, a un centinaio di chilometri da Sarajevo. Nel verde della natura, sulle rive della Drina, con l’antico ponte ottomano che ispirò il romanzo del Nobel Ivo Andric, la cittadina in tempo di guerra è stata scenario di stragi e stupri di massa da parte dei paramilitari serbi, al chiuso di un hotel, riaperto oggi ai turisti in gita, come se nulla fosse.

Col volto segnato e la sigaretta sempre accesa Bakira denuncia e combatte. Raccanta dello stupratore, suo vicino di casa in tempo di pace, dell’impossibilità di tornare ad una vita normale, della sua battaglia, sempre più solitaria, per chiedere giustizia degli stupri etnici, 50mila in Bosnia, riconosciuti ormai dalla storia ma non ancora dai tribunali. Assistiamo così al suo percorso interiore, al suo desiderio di superare le tenebre, costantemente sospeso tra fame di giustizia e di vendetta. Sentimento condiviso dall’intera popolazione balcanica, le cui cicatrici indelebili covano ancora oggi inquietanti spinte nazionaliste, pericolosamente in cerca di nuove scintille.

Un percorso interiore quello di Bakira, la vittima, che si intreccia a quello di Michele, il soldato, l’ex paracadutista della Folgore oggi quarantenne che ci dice invece della “banalità del male, della pratica della violenza, dei “carnefici” dunque. Delle leggi del branco in cui, vent’anni fa, lui militare di leva tatuato con croci celtiche e pugnali, si riconosceva e anzi, si distiungueva come leader. “Si chiamano missioni di pace”, racconta ora che è un padre di famiglia e vive in provincia. Missioni di pace in cui la violenza contro i civili è giustificata dalla guerra. Quella in Somalia, ancora una guerra fratricida come in ex Jugoslavia, che nel film di Paola Sangiovanni e Nina Mimica è mostrata, a tratti, dalle immagini girate da Miran Hrovatin che in quella sporca guerra ha perso la vita insieme a Ilaria Alpi, nel ’94, per raccontarne i loschi coinvolgimenti dell’Italia nel traffico delle armi e dei rifiuti tossici.

Michele, seduto sul divano della sua casa, parla davanti alla tecamera. Confessa le sue pulsioni di ragazzo violento, tra i violenti, mostra le “foto ricordo” del fronte. I video amatoriali dei commilitoni, “la carne di negro” che mangiano dalle scatolette del rancio, le perquisizioni a calci e pugni contro i civili, l’amore per i fucili e le armi. Fino alle immagini delle torture e degli stupri che, pubblicate da Panorama a metà anni Novanta, fecero scoppiare lo scandalo. Mostrando ancora una volta quella linea sottile, eterna e immutabile, che appartiene alla natura umana.

Prodotto da Doc Lab, Altreforme e Kinematograf con Raicinema La linea sottile esce in sala dal 18 marzo per Berta Film. Primo appuntamento al Farnese di Roma, il 18 marzo con letture di Sonia Bergamasco.  Il 24 marzo ancora a Roma all’Apollo 11 e poi in tour nelle altre città italiane. Da vedere.