Altro che imprevedibile. “Il viaggio di Harold Fry” l’abbiamo già visto (e letto) più volte
In sala dal 5 ottobre (per Bim Distribuzione) “L’imprevedibile viaggio di Harold Fry” della regista Hettie MacDonald dall’omonimo romanzo di Rachel Joyce che firma anche la sceneggiatura. Nonostante la bravura dei due interpreti, Jim Broadbent e Penelope Wilton, siamo di fronte a una sorta di patchwork di tanti altri film già visti e libri già letti. E del resto il romanzo ha già avuto un seguito ed è anche atteso un terzo capitolo …

L’imprevedibile viaggio di Harold Fry è un romanzo di Rachel Joyce, pubblicato nel 2012 e uscito in Italia per i tipi di Sperling & Kupfer. Questo primo romanzo di Joyce, finalista per il Man Booker Prize 2012, ha vinto il National Book Award del Regno Unito nella categoria “opera prima”. È stato anche il libro più venduto nel Regno Unito da un’esordiente nel 2012.
Dal 5 ottobre è nelle sale l’omonimo adattamento cinematografico firmato da Hettie MacDonald già apprezzata regista di Beautiful thing e di alcune serie di successo come la riproposizione del 2004 del classico personaggio creato da Agatha Christie Miss Marple, Hit and miss (2012) e Normal people (2020).

Harold, un Jim Broadbent come di consueto non meno che strepitoso, e la moglie Maureen (una adorabile e dolorosa Penelope Wilton, dalla filmografia ugualmente sterminata ma che amiamo per il ruolo di Anne, la vedova che conversa con Ricky Gervais sulla panchina del cimitero in After Life), sono una coppia di malinconici pensionati inglesi del Devon con la loro piccola e grigia quotidianità, villetta ordinatissima inclusa.
Si perdoni in anticipo il copia/incolla della scheda che accompagna l’edizione italiana del libro dal quale è fedelissimamente tratto il film – la sceneggiatura è della stessa scrittrice, Rachel Joyce – ma è inevitabile per dare una descrizione della storia e giustificare il ragionamento che seguirà più sotto:
“Quando viene a sapere che una sua vecchia amica sta morendo in un paesino ai confini con la Scozia, Harold Fry, tranquillo pensionato inglese, esce di casa per spedirle una lettera. E invece, arrivato alla prima buca, spinto da un impulso improvviso, comincia a camminare. Forse perché ha con la sua amica un antico debito di riconoscenza, forse perché ultimamente la vita non è stata gentile con lui e sua moglie Maureen, Harold cammina e cammina, incurante della stanchezza e delle scarpe troppo leggere. Ha deciso: finché lui camminerà, la sua amica continuerà a vivere. Inizia così per Harold un imprevedibile viaggio dal sud al nord dell’Inghilterra, ma anche dentro se stesso: mille chilometri di cammino e di incontri con tante persone, che Harold illuminerà con la sua saggezza inconsapevole e la forza del suo ottimismo. Harold Fry è un eroe senza essere super, un tipo alla Forrest Gump, un uomo speciale capace di insegnarci a credere che tutto è possibile, se lo vogliamo davvero”.
Quello che ad una prima e superficiale vista potrebbe risultare una tenera storia di amicizia, di ricostruzione dei rapporti sgretolati dai silenzi, dell’assoluzione da sensi di colpa, del cammino come sacrificio meditativo è però un film/libro di rara furbizia impeccabilmente confezionato e retto dalle magistrali prove dei protagonisti che danno spessore ai personaggi. Quindi un film che ha tutti i requisiti per piacere tanto quanto è piaciuto il libro… e allora dove sta il problema?
Il problema è la stessa Rachel Joyce, meglio dire di come Rachel Joyce ha cannibalizzato anche sciattamente temi e spezzoni da opere altrui per mettere insieme la storia, a partire dal punto centrale: il viaggio di Harold come voto affinché l’amica Queenie non muoia.
Nel 1978, nel suo Senteri nel ghiaccio (Guanda, 1980), Werner Herzog racconta il viaggio a piedi che compì nell’inverno del 1974 da Monaco di Baviera fino a Parigi per andare al capezzale dell’amica che lottava tra la vita e la morte nel suo letto d’ospedale, la storica del cinema Lotte Eisner. Werner Herzog si mette così in viaggio, spinto da una sorta di voto laico, profondamente convinto che solo finché camminerà, dedicandole quel gesto e quell’impresa, Lotte resterà viva per aspettarlo.
Tornando ad Harold, durante il viaggio compie gesti fin troppo palesi per non essere semplicemente “riconducibili” a Into the wild (Sean Penn, 2007) quando, ad un certo punto del viaggio, spedisce alla moglie portafogli coi documenti e l’orologio; a Nomadland (Chloé Zhao, 2020) nelle conversazioni notturne attorno al fuoco di bivacco degli accampamenti notturni… fino all’apoteosi del Forrest Gump (Robert Zemeckis, 1994) con la variopinta e pittoresca armata che prende ad accompagnare il “pellegrino”, divenuto famoso grazie ai media che si accorgono di lui, e che lui abbandona per riacquistare una quieta solitudine… ci è mancato tanto così che dicesse “Sono un po’ stanchino”, come lo strambo runner di Tom Hanks spudoratamente evocato nella sinossi del libro di Rachel Joyce.
L’autrice, va segnalato, ha fatto della famiglia Fry e di Queenie una sorta di serial: dopo L’imprevedibile viaggio di Harold Fry ha pubblicato La canzone d’amore di Queenie Hennesy (Sperling & Kupfer, 2014), che racconta Queenie nell’attesa dell’arrivo di Harold. Di sicuro avremmo avuto un film ben più interessante se l’autrice avesse voluto superare la pigrizia incrociando i due libri e i punti di vista dei due personaggi.
Ulteriore segnalazione: la casa editrice Giunti ha annunciato per il 2024 l’uscita italiana di Maureen Fry e l’angelo del Nord in cui si racconta che, a dieci anni dal viaggio del marito Harold, tocca a Maureen, ricevere una lettera e a intraprendere il proprio viaggio… oh, ma è proprio un vizio!
Gino Delledonne
Gino Delledonne
Architetto e docente universitario a contratto. Ha collaborato alle pagine culturali di vari giornali tra i quali "Diario" e "Archivio". Devoto del gruppo garage punk degli Oblivians.
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