Viaggio in quel paese immaginario che era l’Urss. Dal Baltico al Tagikistan “l’Imperium” riscoperto da Sergei Loznitsa

Presentato Fuori concorso a Venezia 83, “Imperium” in cui Sergei Loznitsa riscopre un’inedita Unione Sovietica attraverso ore e ore di girato negli anni ’70 da una troupe tutta italiana: Folco Quilici, Luigi Di Gianni, Giorgio Arlorio, Giuseppe Ferrara, Rudi Assuntino, Gianni Bonicelli, capitanati dal grande antropologo e musicologo Diego Carpitella. Il racconto di un lunghissimo viaggio, durato anni e migliaia di chilometri, in cui immergersi per tre ore e scoprire quel paese immaginario che era l’Urss, un mosaico culturale, antropologico, etnologico e non un “unicum” come veniva rappresentato dalla propaganda sovietica. E forse proprio per questo questa enorme mole di materiale allora rimase chiusa in archivio …

Succede raramente. Ma in questo caso è così, quando la storia di un film è importante almeno quanto il film stesso. Il film si intitola Imperium, è passato alla Mostra del Cinema di Venezia tra molta curiosità ma non so dove e quando lo vedrete: quasi tre ore di documentario senza neppure una voce fuori campo a “spiegarvi” quello che state vedendo.

Dovete solo guardare. E non si tratta di immagini “esotiche” almeno non nel senso esteticamente levigato a cui spesso siamo abituati. Vedrete gente in fila davanti ai grandi magazzini Gum sulla piazza Rossa (oltre a quelli – forse gli stessi – in fila al mausoleo di Lenin durante l’impeccabile cambio della guardia), neve per le strade di Mosca, ancora più neve in quelle siberiane, greggi di pecore o di cammelli, gente con i colbacchi di pelo, coi cappelli di astrakan, con quelli da monaci buddisti o coi turbanti, donne spesso con la testa coperta di scialli, ragazzini che giocano dappertutto, piccole bande di paese che suonano, violini, balalaike, tamburi, piccole trombe che hanno il suono delle cornamuse, lunghi flauti di legno, canti religiosi salmodiati.

Ma anche ragazze con le gonne corte e i capelli cotonati, ragazzi con la chitarra e l’immancabile “papirosa” (quelle sigarette col bocchino di cartone, fatte per poter fumare anche coi guanti). E poi fabbriche, cave di carbone a cielo aperto con enormi scavatrici e giganteschi camion da cantiere, sterminate praterie con greggi, donne che raccolgono il cotone con le mani.

Che cosa state guardando: Imperium porta la firma di Sergei Loznitsa, nato in Bielorussia, vissuto in Ucraina ma soprattutto figlio dell’Urss e oggi emigrato a Berlino. Loznitsa è abituato a lavorare con materiali di archivio, ma stavolta ha raccolto, in questo lunghissimo documentario, il materiale girato in Urss dal 1970 al 1973 da troupe italiane e rimasto sostanzialmente inedito.

Era un progetto dell’Unitelefilm, società di produzione cinematografica di proprietà del PCI, nato per documentare la vita quotidiana all’interno di quel gigantesco paese. Autori e ideatori diversi vi lavorarono per anni senza che quella gigantesca quantità di girato diventasse davvero un’opera. È rimasta negli archivi storici. Si tratta di materiale talvolta incompleto, frammentario, conservato dall’Aamod (Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico), che ha collaborato con l’Archivio Luce Cinecittà e CSC – Cineteca Nazionale, al recupero, restauro e digitalizzazione di un fondo cinematografico inedito. E infine il film è stato prodotto con il concorso di molte nazioni (Italia- Kino Produzioni con Rai Cinema; Germania – Essential Film, Francia – Société Parisienne de Production, con ARTE France, e Lituania – Studio Uljana – distribuzione internazionale Coproduction Office).

Permettete una digressione: in realtà una parte di questo materiale è diventata un ciclo di documentari di 5 o 6 puntate andato in onda sulla Rai col titolo di Russia allo specchio. Ma negli archivi Rai di quel programma non c’è traccia. Questa Russia allo specchio, che usava il materiale girato ma non coinvolgeva neppure come consulenti i registi e gli studiosi che l’avevano ideato, sembra essere il tentativo (evidentemente sfortunato) di recuperare un grande lavoro.

La Rai non doveva crederci davvero ed era un peccato lasciare fuori quella squadra che lo aveva inventato e girato, anche perché non si trattava di persone qualsiasi. A guidare il progetto c’era il noto antropologo e musicologo Diego Carpitella, che coinvolse, a vario titolo, numerosi autori e cineasti italiani (tra gli altri Folco Quilici, Luigi Di Gianni, Giorgio Arlorio, Giuseppe Ferrara, Rudi Assuntino, Gianni Bonicelli). Carpitella è il padre, insieme a Ernesto De Martino, dei nostri studi a cavallo tra antropologia culturale ed etnomusicologia. Giorgio Arlorio è stato un grande uomo di cinema (ha recitato ne I sovversivi, ha scritto con Pirro e Pontecorvo Ogro, con Quilici – il nostro più grande documentarista – Oceano). Giuseppe Ferrara è stato un regista militante che ha sempre lavorato, tra documentario e fiction, sulla realtà. Rudi Assuntino era uno studioso di musica ma allora anche un cantautore impegnato (qualcuno ricorda la sua Buttiamo a mare le basi americane, la canzone per la quale finì anche in galera?). E tantissimi tecnici, operatori, direttori della fotografia e del suono.

Queste centinaia di bobine, questi centinaia di chilometri di “girato”, sono prima di tutto frutto di una trattativa. Perché non si andava in Urss e non si girava tra venti repubbliche dal Baltico alla Siberia, dagli Urali all’Asia centrale se non avendo coinvolto il PCUS e l’associazione dei cineasti sovietici. E la trattativa l’aveva certamente fatta il PCI. Che cosa doveva essere? Certamente non una operazione di propaganda (anche perché i sovietici a fare propaganda erano bravissimi da soli) ma l’idea di un racconto di una realtà lontana, mitizzata e demonizzata ma anche poco conosciuta. Come andò a finire? Ci torneremo.

Imperium – che da quella storia dipende ma che ha anche una sua forte autonomia – è il racconto di un lunghissimo viaggio, durato anni e migliaia di chilometri, che Sergei Loznitsa fa iniziare sulla piazza Rossa durante la sfilata del 7 novembre del 1973. La macchina da presa insegue volti, uomini e donne in divisa con enormi bandiere, coreografie fatte di piccoli passi, di movimenti con le mani o coi drappi mentre questo fiume di persone corre davanti al palco delle autorità. Che non vengono mai inquadrate.

I volti (oggi probabilmente del tutto sconosciuti) dei leader, cominciando da Leonid Breznev, si vedono solo sugli enormi cartelloni portati a spalla o sul fusto dei camion militari. Siamo nel cuore dell’era brezneviana, ormai lontano dall’epoca cruscioviana e da quel sapore di novità che la fine degli anni cinquanta – dopo la morte di Stalin – sembrava spirare come un vento fresco. In questa immensa Unione sovietica che voleva presentarsi come una rivale competitiva rispetto all’America di Nixon, il viaggio comincia dal centro per allontanarsi sempre di più.

E quello che poteva apparire piatto e sempre uguale si rivela invece come complesso, stratificato, una cipolla in cui gli strati profondi fanno emergere (e qui l’occhio di Carpitella è fondamentale come il suo orecchio finissimo per la musica e le danze folkloriche) una, anzi mille, culture lontane, richiami religiosi, elementi antropologici, sensibilità distanti. Fa impressione sentire il suono dell’Om – quella sillaba sacra che accomuna le culture induiste, buddiste, giainiche – mentre da una parete occhieggia la faccia di Lenin. E così i volti da inuit dei siberiani, i turbanti e i tappeti da preghiera del Turkmenistan, le danze orientali dei bambini che sembrano venire dalle raffigurazioni di Rodin delle adolescenti ballerine cambogiane nella Parigi di fine Ottocento.

Il nocciolo del film è proprio qui: sotto lo sguardo onnipresente di Lenin (c’è in un manifesto, in un quadro, quasi in tutte le inquadrature del film) quel paese immaginario che era l’Urss si rivela negli occhi di Loznitsa come un impero coloniale unitario (l’unico al mondo, perché i grandi imperi inglese e francese avevano distanza tra la madrepatria e l’oltremare) in cui la ricchezza delle differenze, etniche e culturali, è compressa in una standardizzazione che appare fallimentare appena la macchina da presa va sotto la superficie.

Questa del “rapporto con le nazionalità” è sempre stata una tematica sentita in Urss a livello di élite politiche. Lenin aveva infatti ben presente come la scintilla dell’etnocentrismo avrebbe potuto portare danni incalcolabili alla causa socialista: il progetto era quello di un riconoscimento delle nazionalità e del tentativo di una loro armonizzazione. Un progetto politico avviato nel 1921 col nome di “korenizacija”, etimo derivante dal termine russo “koren” (“radice”), nell’evidente senso di rivalorizzazione delle radici etnonazionali.

L’Urss di Lenin fa una scelta in controtendenza rispetto all’affermarsi in Europa e nel mondo dell’idea di stati-nazione etnicamente unitari, in coincidenza con l’esistenza dell’esperienza multietnica e multinazionale dell’impero asburgico. Con Stalin la politica cambia e si riafferma il sentimento granderusso in cui le differenze nazionali vanno limate fino a scomparire. È paradossale e illuminante che ancora oggi Putin – che dei sentimenti imperialistici grande-russi è l’espressione più tragica – accusi i bolscevichi di aver voluto quelle politiche della nazionalità che alla fine hanno portato allo sfaldamento dell’Urss.

C’è da chiedersi – specie per chi, come noi, ha condiviso scelte politiche e culturali della sinistra italiana – quanto gli studiosi e i registi che per tre anni avevano viaggiato nell’Urss avessero compreso. Io credo molto: ai loro occhi questo immenso paese doveva apparire come un mosaico culturale, antropologico, etnologico e non come un “unicum” come veniva rappresentato dalla propaganda sovietica. Ma forse proprio per questo questa enorme mole di materiale allora rimase chiusa in archivio.

A chi guardi Imperium oggi non resta che immergersi in questo ininterrotto fiume di immagini, in questa geografia segnata dai nomi delle città e in luoghi di una mappa immensa e sconosciuta, nei volti delle persone, dei vecchi, dei ragazzi, lasciarsi andare ai suoni e alle poche frasi che fanno da tappeto di sfondo. Molte cose apparioranno evidenti e premonitrici anche senza andarsi a ristudiare la storia dell’Urss.


Roberto Roscani

Giornalista

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