A proposito dell’Amerigo Vespucci (su Rai3). La marina che ci piace: quella che salva vite e non quella militarista
Riflessioni e memorie di un ex allievo del collegio navale Morisini di Venezia e firma di queste nostre pagine web, a proposito del docufilm “Vespucci, il viaggio più lungo” (in ondasu Rai3 in due parti 17 e 24 aprile), espressione di tutto l’apparato di retorica e nazionalismo italico tanto caro al nostro governo. Eppure in quel viaggio di formazione dei cadetti dell’Accademia Navale di Livorno, ritroviamo lo spirito autentico e originario della Marina e quella “legge del mare” che impone di salvare vite e non respingerle, formando i giovani allievi alla solidarietà e al rispetto per le persone e per l’ambiente …

Poche altre icone nazionali – forse le Frecce Tricolori – sono capaci di richiamare l’intero repertorio retorico sull’italianità come l’Amerigo Vespucci: nave più bella del mondo, orgoglio della Marina Militare, simbolo dell’eccellenza italiana, ambasciatore del Made in Italy nel mondo, la meglio gioventù a bordo, e chi più ne ha più ne metta.
Il docufilm Vespucci, il viaggio più lungo (regia di Flavio Maspes, voce narrante di Luca Ward, produzione Palomar in collaborazione con RaiFiction, ministero della Difesa e ministero della Cultura, in onda sui Rai3 in prima serata 17 e 24 aprile), non sfugge a tutto l’armamentario tanto in voga di questi tempi.
Inserito com’è in quella linea editoriale che da Sangiuliano in poi, attraverso il governo di fede meloniana, con Giuli in testa e l’ultimo autogol coi finanziamenti negati al film su Regeni, vorrebbe rilanciare attraverso tutti i canali comunicativi, a partire dal cinema e dalla tv, i nostri simboli nazionali e la cultura conservatrice, talora con esiti imbarazzanti.
Fatte queste premesse e al netto della confezione ultra patinata, il film tuttavia è capace di suscitare emozioni, grazie soprattutto ad alcuni elementi che fanno da contorno all’immagine – comunque suggestiva – di una splendida imbarcazione che solca le onde dell’oceano a vele spiegate. Specie quando le riprese sono fatte dall’alto dei pennoni e in basso riluce l’oceano Pacifico in tutta la sua maestosità.
Il film esordisce narrando la storia del veliero sin dal varo nei cantieri di Castellammare di Stabia nel 1931 (assieme alla gemella Cristoforo Colombo che fu consegnata all’Unione Sovietica come riparazione dei danni di guerra alla fine del secondo conflitto mondiale). E prosegue documentando il viaggio intorno al mondo che dal 2023 al 2025 ha portato la nave a toccare più di una trentina di porti di altrettanti paesi dei cinque continenti, per un totale di 46 mila miglia marine.
L’occasione è stata sfruttata per promuovere Villaggio Italia, una mini expo itinerante delle eccellenze Made in Italy (tra le quali, a parte il cibo e la retorica, vale la pena citare l’Italian Opera Academy del maestro Riccardo Muti, i musicisti dell’Accademia Teatro alla Scala e i film della Mostra del cinema di Venezia). Oltre un milione e 200 mila sono stati i visitatori. Clou di questa esperienza di viaggio è stata la circumnavigazione del temibile Capo Horn.
Ma il vero centro del docufilm è costituito dai tre mesi del viaggio di formazione dei cadetti dell’Accademia Navale di Livorno accolti a bordo del Vespucci a Los Angeles e poi sbarcati a Darwin in Australia dopo aver fatto tappa a Honolulu, Tokyo e Manila. Viaggio che viene seguito sin dai suoi preparativi in Accademia a Livorno, della quale sono illustrate le condizioni di vita quotidiana, di studio, sport e lavoro.

A partire da qui, per fortuna, il film mette (parzialmente) in disparte l’elemento agiografico per concentrarsi su quello umano, il contorno a cui accennavamo che rende il docufilm interessante. Lo fa interrogando i giovani cadetti dal comportamento inizialmente un po’ rigido e paludato ma poi sempre più disinvolto e naturale, destinato a misurarsi in navigazione con quello dell’equipaggio di nave Vespucci, a partire dal comandante Giuseppe Lai fino agli ufficiali e sottufficiali addetti alla formazione dei giovani cadetti.
A questo riguardo spero che mi sia consentita una piccola divagazione personale, considerato che in parte ho vissuto tanti anni fa un’esperienza analoga a quella di questi ragazzi, esperienza che serve non solo ad addestrarli alla vita di bordo, a coltivare l’amore e il rispetto del mare, ma anche a formarli per affrontare il mondo sulla base di valori forti e condivisi. Spero di non cadere anch’io nella retorica, ma bisogna sapere che a persone come queste è affidato il futuro, se mai ce ne sarà bisogno, della nostra difesa in mare.
E non è un tema secondario in quest’epoca di conflitti e di corsa al riarmo. Di quali valori parliamo? Qui bisogna fare un brevissimo excursus sulla storia della Marina Militare italiana. Nella Seconda Guerra Mondiale, gestita in modo assai discutibile da Supermarina (sono stati scritti libri importanti al riguardo), rimase fedele al Re prima e dopo l’8 settembre.
La sua anima non è mai stata fascista. Lo stesso non si può dire per l’Aeronautica, su cui D’Annunzio, Mussolini e Balbo hanno lasciato un’impronta molto più forte. In guerra la Marina Militare si distinse per episodi eroici, considerato il divario di forze. Uno dei più famosi fu quello compiuto contro gli inglesi dalla X Mas, che poi divenne famigerata per essere passata con Junio Valerio Borghese al servizio della Repubblica Sociale di Salò, macchiandosi di crimini efferati.
Un altro, che ha a che vedere con uno dei capisaldi della marineria, la “legge del mare”, è stato il salvataggio dei naufraghi nemici ad opera del comandante del sommergibile Cappellini, Salvatore Todaro, episodio del 1940 narrato (anche qui con la retorica del caso) nel film del 2023 Comandante di Edoardo De Angelis.
Ancora a questo riguardo chiedo scusa per una seconda citazione personale: mio padre Fabio Gnetti si guadagnò la medaglia d’oro al valor di Marina per aver condotto alla salvezza 43 persone in Mar Rosso nel 1941 dopo l’affondamento ad opera dei bombardieri inglesi della nave su cui era imbarcato (l’avventura è narrata nel libro Ultima missione in mar Rosso. L’odissea della lancia IA 463, Mursia 1979).
Per venire a tempi recenti, la Marina Militare si è distinta per le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo – con l’intervento delle Capitanerie di Porto ma anche del naviglio militare in senso stretto – per tutto il tempo in cui ha operato Mare Nostrum, prima che prendessero il sopravvento vere e proprie aberrazioni per chi considera sacro il salvataggio della gente in mare, come la chiusura dei porti e il blocco navale.
A questa opera meritoria della Marina Militare si accompagnano però – sempre in epoca recente – episodi discutibili e opachi, come la vicenda dei marò responsabili dell’uccisione di due pescatori al largo delle coste dell’India. Quale bilancio se ne può trarre, dunque? Più che un bilancio un auspicio: che sulla postura guerresca e sul principio della gerarchia prevalgano i valori positivi trasmessi da esperienze come quelle vissute dai cadetti dell’Accademia: auto disciplina, dedizione, senso di responsabilità, rispetto per le persone e per l’ambiente. Aggiungerei la solidarietà, intesa come attenzione verso i bisogni degli altri.
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