Addio Carlos Ruiz Zafón, anima indimenticabile e scrittore di ombre

Stando ai dati di vendita, dopo l’impareggiabile Miguel de Cervantes, il più apprezzato scrittore spagnolo era proprio Carlos Ruiz Zafón, scomparso il 19 giugno a 55 anni. Non che le classifiche di questo tipo possano essere un parametro per giudicare il valore di uno scrittore, anzi. Tuttavia è un dato che spiega bene l’impatto che Zafón ha avuto in tutto il mondo.

Si è spento a Los Angeles, dove viveva ormai da più di vent’anni, dopo aver lasciato la sua amata Barcellona, con la quale ha sempre mantenuto un legame fortissimo. Da due anni combatteva contro il cancro, che gli ha causato il fatale attacco di cuore. A darne l’annuncio è stata la sua storica casa editrice, Planeta.

È scomparso all’improvviso, così come era comparso inaspettatamente sulle mensole delle librerie, con quel romanzo, L’ombra del vento, che ne aveva fatto una vera e propria star, vendendo oltre 15 milioni di copie nel mondo. La sua traiettoria è invece partita dalla narrativa per ragazzi, crescendo col tempo fino alla famosa tetralogia de Il cimitero dei libri dimenticati, come se anche la sua scrittura avesse voluto seguire un percorso “scolastico”.

La cifra di Zafón è stata però il grande amore per il libro come oggetto, quasi più del libro come finestra di fantasia per il lettore. Traspariva nelle sue opere un profondo senso di riverenza verso la carta stampata, le copertine, le pagine ingiallite dal tempo. Nonché un orgoglio, che lui per primo definiva sciocco, nel vedere anche il proprio nome tra le migliaia che affollano le librerie.

In California si era dedicato all’altra sua grande passione: il cinema. Non aveva mai voluto, però, che fossero adattati i suoi romanzi. Diceva di conoscere troppo bene la scarnificazione del testo che si opera per trasformare un romanzo in un film. Ad Hollywood ha fatto lo sceneggiatore e ha lavorato molto nella pubblicità, che ha sempre sostenuto essere un’ottima palestra per conoscere e sfruttare meglio la lingua.

Tornano in mente le parole dell’incipit fulminante de Il gioco dell’angelo, il secondo volume della sua tetralogia. Scriveva di come uno scrittore non potesse dimenticare il giorno in cui, per la prima volta, accettava che una sua storia potesse essere pagata con soldi o elogi, «perché a quel punto è già perduto e la sua anima ha un prezzo». Se ciò è vero, è ugualmente vero che se quella storia ha un valore il mondo non dimenticherà mai l’anima di chi l’ha scritta.