Architettura, amori e politica. La vita “troppo autonoma” di una ragazza del ’68, in un libro

È “Una generazione fortunata” (Timìa Edizioni) l’autobiografia di Ghisi Grütter a lungo docente universitaria di architettura e firma di queste pagine web. Le vicende personali si intrecciano alla storia di un’intera generazione, quella del ’68 e degli anni a seguire per cui non esistevano separazioni tra lavoro, militanza politica, scelte culturali e relazioni interpersonali. Così Ghisi dà conto di un’epoca che molti di noi hanno avidamente vissuto, utilizzando il medium della propria storia. Raccontando proprio quel suo essere “troppo autonoma”, medaglia da esibire orgogliosamente sul petto, che nonostante i tempi le costò anche un fidanzato …

Quando anni dopo gli chiesi il perché della fine della nostra storia mi disse che ero troppo autonoma”.

Sembrano passate ere geologiche ma c’è stata un’epoca, solo pochi decenni fa, quando la vita si svolgeva all’insegna di regole non derivate da imposizioni ma da scelte di appartenenza. Da ideali e passioni, potremmo dire usando termini che oggi sembrano incomprensibili al pari di un’iscrizione etrusca.

Qualcuno ha descritto come formidabili quegli anni e per chi li ha vissuti, ognuno dandone la propria interpretazione, certamente lo sono stati.

Per molti, “a quei tempi”, parliamo dei tardi anni ’60 e del decennio successivo, non esistevano separazioni tra lavoro, militanza politica, scelte culturali, relazioni interpersonali, rapporti sentimentali e tutto quanto attiene (atteneva) a quel complesso mosaico che si chiama vita.

Non sfuggiva alla regola la scelta di iscriversi alla facoltà di Architettura poiché all’epoca, significava qualcosa di somigliante ad una vocazione, più che ad un modo per trovarsi un mestiere.

L’architetto, in quegli anni e diversamente da oggi, si sentiva chiamato a svolgere un compito fondamentale per la società.

Attraverso il proprio agire doveva porsi come coordinatore di saperi che andavano dalla sociologia all’antropologia, dalla tecnologia alla filosofia. “Dal cucchiaio alla città”, per usare una famosa e lapidaria definizione della missione alla quale, anche ingenuamente e illusoriamente, si sentiva chiamato.

Di questo, e di altro, parla l’autobiografia di Ghisi Grütter intitolata Una generazione fortunata (Timìa Edizioni), e il corsivo in epigrafe a questo articolo ne potrebbe essere la sintesi.

Quella frase, che disse un ex fidanzato di Ghisi, è una battuta magnifica per un dialogo di una commedia sentimentale francese, oltretutto quella parola, “autonoma”, tiene insieme così tante cose: femminismo, rivoluzione sessuale, il movimentismo, la crisi della coppia, tutto l’alfabeto degli anni Settanta.

Grütter ha insegnato lungamente presso la Facoltà di Architettura di Reggio Calabria, per poi approdare a Roma. E a conferma della molteplicità dei temi e degli intrecci tra discipline, ha incrociato l’architettura e il cinema nei tre volumi di Al cinema con l’architetto (Timìa Edizioni). Testi decisamente interessanti e inconsueti per l’uso del cinema come strumento di indagine sui temi della città e dell’abitare.

Se le biografie sono un genere letterario molto complicato, le autobiografie possono esserlo ancora di più. Di certo perché richiedono un patto di onestà nei confronti del lettore ma anche per la somiglianza del gesto con la seduta psicanalitica, con tutti i rischi del caso.

Uno dei pregi del libro, tuttavia, risiede proprio nel dar conto di un’epoca che molti di noi hanno avidamente vissuto, utilizzando il medium della propria storia. Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto, ma anche la politica, la musica, il cinema, e i treni, tanti viaggi in treno sulla tratta Roma – Reggio Calabria, dove si trovava la sua cattedra, ne fanno quasi un’epopea ferroviaria.

Per tutto questo e tutto quanto di più si ritroverà nel testo, quel “sei troppo autonoma” appare come una medaglia che Ghisi può orgogliosamente esibire appuntata sul petto.