Aspettando la Mostra. Tutta Elena Ferrante nel libro che ha stregato Maggie Gyllenhaal

Atteso in concorso a Venezia 78 The Lost Daughter, film d’esordio dell’attrice newyorkese Maggie Gyllenhaal stregata da “La figlia oscura” di Elena Ferrante. Si tratta del quinto film nato dal lavoro della misteriosa scrittrice. Tema centrale gli acrobatici equilibri tra maternità e rispetto per le proprie ambizioni. Che insieme a il rapporto e legame ambivalente tra madre e figlia, la spinta a uscire da una vita acquitrinosa con il terrore di riscivolarci, il desiderio di emancipazione intellettuale e borghese, sono quelli ricorrenti dei suoi libri. Come se tutto il suo lavoro sia una sorta di romanzo a puntate. Un serial con cui l’autrice si racconta …

 

 

“Quando ho finito di leggere La figlia oscura ho sentito che qualche cosa di segreto e vero era stato detto. Fui disturbata e confortata da quella sensazione. Ho subito pensato a quanto più intensa sarebbe stata l’esperienza al cinema”.

Questo, tramite uffici stampa, ci ha mandato a dire l’attrice newyorkese Maggie Gyllenhaal, raffinata figlia d’arte (papà regista con cui ha debuttato a 15 anni e mamma sceneggiatrice), interprete di una corposa sfilza di film per cinema e tv, con coda di nomination per Golden e Oscar, che – in questo caso – anche se la sua l’età più o meno corrisponde a quella di Leda, protagonista del romanzo, ha preferito passare dietro la macchina da presa debuttando in regia, spinta dal thriller emotivo scritto da Elena Ferrante nel 2006.

Olivia Colman, ex regina Elisabetta in The Crown, veste perciò il ruolo che le sarebbe anche andato a pennello, mentre Dakota Johnson (Suspiria di Guadagnino) è la giovane graziosissima mamma che la prof in vacanza al mare – da sola per la prima volta, da quando le due figlie ormai adulte hanno scelto di stabilirsi in Canada col padre – incontra con la sua bimbetta sulla spiaggia.

Nina è la madre, Elena detta Lenù la figlia di 4 anni e Nani o Nena la sua inseparabile bambola.
Giocano e ridono tra acqua e spiaggia sempre insieme come racchiuse in una bolla d’amore. Perfetta rappresentazione di felice maternità

Incontro che scatenerà – nell’animo della composta insegnante di letteratura inglese che, sotto l’ombrellone di una chiassosa piccola città del meridione con puntuale presenza di famiglione di camorra, sta preparando le sue prossime lezioni – una catena di ricordi e di sofferte emozioni legate alle sue scelte di madre.
Ma anche un’imprevista scontrollata, rischiosa reazione.
Gesto insensato che lascerà un’inspiegabile lesione.

Scelte non facili negli anni Settanta, epoca che non è difficile immaginare sia anche quella di chi ha scritto il romanzo, in cui moltissime giovani donne, non più con troppo entusiasmo sottomesse all’esclusiva funzioni di nutrici e reginette della casa (con prevedibili isterismi), tentavano acrobatici equilibri tra maternità e rispetto per le proprie ambizioni.

La Leda di questo romanzo, senza nemmeno aspettare che il marito le mettesse le corna d’ordinanza con qualche giovane collega o segretaria, molla le due bambine al loro buon papà per proseguire la sua strada “in cerca dell’autonomia delle proprie qualità” e del meritato riconoscimento professionale.

Scelta, ovviamente, non indolore. Con conseguente pesante grumo di senso di colpa e inevitabile rancore, nei suoi confronti, delle due figlie di 6 e 4 anni, anche se poi recuperate in casa dopo 3 anni e 36 giorni.
Ma “certe volte scappare serve a non morire”, anche se poi si pagano i conti.

Che la Ferrante sia in grado di scandagliare con chirurgia professionale gli oscuri, viscerali e spesso rimossi sentimenti di complicata alternanza tra madre e figlie penso non ci sia dubbio.

E che anche oggi conciliare la maternità con la propria professione sia un non risolto problema, se non si vive a Stoccolma, sembra ancora evidente. Argomento che dunque ha inevitabilmente coinvolto Maggie Gyllenhaal anche lei mamma di due ragazzine e da sempre molto impegnata professionalmente.

Dopo L’amore molesto di Mario Martone, dopo I giorni dell’abbandono di Roberto Faenza, dopo L’amica geniale il doppio serial Netflix di Saverio Costanzo, volendo persino includere Ferrante Fever di Giacomo Durzi (su RaiPlay), sulla scrittrice riottosa ad ogni forma di riconoscibile presenzialità, con The Lost Daughter tratto da La figlia oscura che sarà presto alla Mostra di Venezia siamo arrivati al quinto film nato dal suo lavoro.

E ripensando ai suoi temi – il rapporto e legame ambivalente tra madre e figlia, la spinta a uscire da una vita acquitrinosa con il terrore di riscivolarci, il desiderio di emancipazione intellettuale e borghese per cancellare un’origine volgare di cui si vergogna, conditi sempre da una partenza o impianto thriller e dall’uso esplicito, e in qualche modo esplicativo, degli stessi nomi, a cominciare dall’immancabile Lenù diminutivo di Elena, che è anche il nome che si è scelta la scrittrice – tutti questi elementi fanno pensare che anche tutto il suo lavoro sia una sorta di romanzo a puntate.

Insomma un serial con cui l’autrice si racconta. Un po’ come da sempre fa Carrère.
Ma senza il suo narcisismo.