Chi l’ha detto che una donna non può chiamarsi Luciano? Storia doc di resistenza e libertà

“C”è un soffio di vita soltanto” disponibile su Sky Arte dopo l’anteprima al Torino FilmFest. La coppia di registi romani Matteo Botrugno e Daniele Coluccini traccciano un ritratto intenso e toccante di Lucy Salani, la più vecchia transessuale italiana sopravvissuta al campo di sterminio di Dachau. La sua storia straordinaria di resistenza e libertà, la sua umanità emergono piano piano dalle sue parole, dalla sua vita rarefatta. Evocando gli orrori del nazismo e l’assoluto disprezzo per la vita che in questi tempi di guerra sembrano essere tornati d’attualità  …

C’è un soffio di vita soltanto. È disponibile su Sky Arte (fino al 9/7/2022) la storia di Lucy Salani, la più vecchia transessuale italiana, una degli ultimi sopravvissuti al campo di sterminio di Dachau. Dopo il libro (Il mio nome è Lucy, Donzelli) e il documentario di Gabriella Romano (Essere Lucy), dopo l’intervista di Gianni Amelio (Felice chi è diverso), ora sono Matteo Botrugno e Daniele Coluccini a riproporci la straordinaria avventura umana di Lucy, nata Luciano in provincia di Torino, cresciuta come omosessuale a Bologna, disertore, condannata a morte, sopravvissuta a Dachau, una vita spesa ad affermare la propria identità, molto, molto prima che il tema diventasse argomento politico sensibile.

C’è un soffio di vita soltanto è l’ultimo verso di una poesia che Lucy ha scritto da giovane, e anche se lei di vite ne ha vissute tante e con tanta intensità, Botrugno e Coluccini ce la presentano a 96 anni, una vecchia che il tempo ha spogliato di tutto. È anche questo C’è un soffio di vita soltanto, un documentario sulla vecchiaia.

La sua storia straordinaria, la sua umanità emergono piano piano dalle sue parole, dalla sua vita rarefatta. Non c’è una riga di testo, solo la sua voce, quelle di chi incontra, i suoi gesti quotidiani. La vediamo in bagno, davanti allo specchio, a cercare di dare forma a un ciuffetto di capelli grigi, ad armeggiare per alzarsi e sedersi, in fila agli uffici comunali, davanti alla tv, seduta sulla panchina dei giardini a guardare i giochi dei bambini, o in cucina a spentolare, le mani impazienti di chi ancora non si è del tutto arreso.

L’aiutano qualche vecchia amica dei tempi della strada, le donne che il comune le manda di tanto in tanto per tenere pulita la casa, dei giovani – forse militanti di qualche organizzazione – che lei tratta come nipoti. Confesso che all’inizio ho trovato le riprese troppo lente, cinque minuti a seguire la schiena di una vecchia mi sembravano più realtà monotona che cinema, e non capivo nemmeno perché ogni tanto il racconto fosse interrotto da strani video di mondi lontani, spazi interstellari.

Ci vuole un po’ per entrare nel mondo di Lucy, ma quando succede – e succede – è difficile rimanere indifferenti. Lucy ha cambiato sesso, ma mai il nome, è ancora Luciano all’anagrafe e per sua scelta, è il nome che mi hanno dato i miei genitori e per me è sacro, racconta. “Perché una donna non si può chiamare Luciano?”.

Ci racconta i suoi incubi su Dachau, ora che è vecchia tornano più spesso, e sembra volerli allontanare con le mani, l’unica volta che si altera è quando parla del prete che l’ha molestata da bambino, a più di novant’anni di distanza sente ancora il disgusto. È stato lui che l’ha resa prostituta. Girato tutto durante la pandemia, presentato in Anteprima a Torino proiettato a Bologna con Lucy in sala, nel giorno della memoria.


Carla Chelo

Giornalista. Ha lavorato all'Unità, al settimanale Diario e in tv (Mediaset). Ha scritto un paio di libri insieme a un'amica, Alice Werblowsky e da sola una guida sul verde in città: "Milano, Parchi e giardini", Touring club italiano.

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