Classici cine-letterari su Netflix. Quella duchessa nella Parigi della Restaurazione amata da Balzac

Disponibile su Netflix “Il marchio sulla carne”, titolo italiano de “La Duchesse de Langeais ” classico del cinema francese del ’42 firmato da Jacques De Baroncelli. Adattamento raffinato e in chiave melò di “Ne touchez pas la hache”  testo di Honoré de Balzac, padre del romanzo realistico e naturalista moderno. E tra i suoi scritti il più autobiografico. Firma la sceneggiatura l’autore di genio Jean Giraudoux …

A Parigi, nel 1823, in piena età della Restaurazione seguita alla bufera napoleonica, la duchessa Antoinette de Langeais, bellissima e adulata, indiscussa regina del Faubourg Saint-Germain e sposa infelice, resta in un primo momento indifferente alla corte dell’attraente generale marchese Armand di Montriveau: ama infatti prendersi gioco dell’amore e soddisfa i propri desideri “cerebrali” piuttosto che quelli fisici.

Quando si rende conto di amare il generale, lui finge l’indifferenza e la duchessa, umiliata, trova rifugio in un convento nell’isola di Maiorca sotto il nome di Suor Teresa. Montriveau, sconvolto, parte alla sua ricerca.

Viene ora Netflix a proporci La Duchesse de Langeais (apparso in Italia con il titolo Il marchio sulla carne), film del 1942 in bianco e nero diretto da Jacques De Baroncelli, già noto per i lavori realizzati fino agli anni ’30 nel periodo del muto. Magistrale, in particolare, appare l’interpretazione della duchessa da parte di Edwige Feuillère, che a più riprese aveva recitato nel ruolo di donna elegante e di mondo, affascinante e frivola avventuriera, inizialmente leggera poi appassionata; affiancata da Pierre-Richard Willm (Montriveau), che aveva impersonato Edmond Dantès in Il conte di Montecristo al Teatro dell’Odéon. Firma la sceneggiatura Jean Giraudoux (1882 -1944), autore di genio, fra i più brillanti esponenti dell’intelligentsia d’Oltralpe dell’epoca.

Tratto dall’omonimo testo di Honoré de Balzac (1799 – 1850) è forse il più autobiografico degli scritti del padre del romanzo realistico e naturalista moderno: apparve con il titolo Ne touchez pas la hache [Non toccate l’ascia] nel 1834, anno in cui ebbe inizio la sua storia d’amore con la contessa polacca Eveline Hanska che poi sposerà.

Balzac era però reduce da un’intensa passione per una splendida salottiera aristocratica, portatrice di quell’eleganza, leggerezza e civetteria tipicamente parigine, la duchessa di Castries, con cui aveva vissuto un breve e casto flirt, fino all’improvvisa rottura da parte della duchessa.

Lo scrittore, ancora innamorato e profondamente ferito dalla vana illusione e dal rapporto mai consumato, scrisse appunto La Duchessa di Langeais, parte della trilogia della Storia dei Tredici, il terzo ciclo narrativo dell’ambiziosa serie di una novantina di volumi di La Comédie humaine, definita “la più grande costruzione letteraria di tutta la storia dell’umanità” e che senza dubbio alcuno costituisce una perfetta rappresentazione del romanzo moderno europeo.

Aldilà della vicenda autobiografica, Balzac mette in evidenza ancora una volta l’ipocrisia dell’ambiente mondano parigino, del sontuoso Faubourg Saint – Germain in particolare, di gran moda per la nobiltà durante la Restaurazione; vero protagonista del romanzo è forse il Faubourg, condizionato dall’etichetta, da regole bigotte, dall’apparenza e dal denaro: se la donna nutre per lui un affetto sincero, i pettegolezzi dell’ambiente in cui vivono vengono inevitabilmente a provocare un malinteso. L’amore impossibile, l’amore-passione passibile di distruggere e annientare, costituisce il tema centrale del romanzo, insieme alla critica e derisione del preziosismo e della frivolezza. Giraudoux volle introdurre nella pellicola una fine melodrammatica, facendone una trasposizione romantica e struggente, in contrasto con il testo originale, molto più conciso ed efficace. Ma il tutto va contestualizzato nel 1942, anno di apparizione nelle sale di La duchesse de Langeais.

L’Occupazione segnò infatti il periodo d’oro della filmografia ispirata, oltre che a Georges Simenon, anche a Honoré de Balzac: negli “anni bui”, tratti da La Comédie humaine, apparvero ben sei altri film – La fausse maîtresse, Le Colonel Chabert, Vautrin, Un seul amour, La Rabouilleuse, Le Père Goriot realizzati da diversi registi, nessuno dei quali però pervenne a distinguersi come De Baroncelli.

Alcuni critici intravedono nella “moda” di adattare al cinema i classici della letteratura una volontà di evasione nelle storie romantiche, comiche, ma anche nel passato con i film in costume. Poiché la presenza dell’occupante rendeva impossibile o perlomeno azzardato affrontare i problemi reali, la capacità creativa degli autori, costretti a non esprimersi sulle questioni del presente, si volgeva verso i sogni o gli intrighi fertili di peripezie. Così non pochi cineasti si rifugiarono nell’opera romanzesca di Balzac, che non appariva come un autore imbarazzante per il regime pétainista e le autorità occupanti: racconti, situazioni storiche e sociali del tutto esenti da riferimenti diretti con la situazione del momento.