Colonialismo (e razzismo) all’italiana, tra cinema e propaganda. Il nuovo Annale AAMOD

Disponibile online (Effigi Edizioni e da settembre in libreria), il numero 20 degli Annali AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico), dedicato alla tragica stagione del colonialismo italiano in Africa (in particolare durante il fascismo), con l’ideologia razzista che lo nutriva e il ruolo giocato (all’epoca e in seguito) dai media, tra cui (soprattutto) il cinema. Un viaggio nella memoria di una delle pagine più oscure della nostra storia, le conseguenze della sua mancata elaborazione e i tentativi di indagarlo, finalmente, senza stereotipi e reticenze…

«Negra (razza). Grande gruppo di popolazioni umane; costituisce la gran maggioranza della popolazione dell’Africa, con circa 150 milioni di individui. Caratteristiche: […] facilità estrema alla menzogna, avidità, scarso rispetto della vita umana». Fa ancora più effetto leggere queste parole se pensiamo che vengono da un’Enciclopedia illustrata dei ragazzi edita nel 1949. A dimostrazione di quanto il retaggio dell’ideologia razzista in Italia, che ha toccato il suo apice col colonialismo fascista e la promulgazione (nel 1938) delle leggi razziali, si proietti ben oltre la caduta del regime e dell’impero coloniale nostrano. La voce dell’Enciclopedia è, non a caso, uno dei documenti citati nel denso numero 20 degli Annali AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico), che raccoglie oltre venti contributi di studiosi sotto il titolo La conquista dell’Impero e le leggi razziali tra cinema e memoria.

Ed è proprio la memoria il nodo chiave di un libro che non vuole solo ripercorrere criticamente una delle pagine più buie della storia nazionale (e la cinematografia che la rappresenta) ma anche, e soprattutto, riflettere sulla mancata elaborazione di quella fase nella coscienza collettiva del paese. In quell’«ambiguo mix di senso di colpa e nostalgia che ha caratterizzato la non-memoria della colonia del dopoguerra» (per citare Alessandro Triulzi, tra i curatori del volume insieme a Carlo Felice Casula e Giovanni Spagnoletti) è sopravvissuta una retorica razzista (ri)esplosa nell’Italia contemporanea divenuta terra d’immigrazione.

Una rimozione e distorsione del passato che si rispecchia anche nel numero esiguo di film dedicati all’argomento durante la Prima Repubblica: con episodi clamorosi come la censura del film Lion of The Desert (1981, su Omar al-Mukhtar, leader della resistenza libica contro l’occupante fascista), presentato a Cannes e per trent’anni non distribuito in Italia perché, Giulio Andreotti dixit, «offende la memoria dell’esercito». E gli effetti di tutto questo sono tanto più perversi nella scuola: dove, come ci ricorda Gianluca Gabrielli nel suo articolo (che riporta la sopra citata voce dell’Enciclopedia), gli stereotipi razzisti e colonialisti permangono indiscussi almeno fino al Sessantotto. Non c’è da stupirsi se negli anni Novanta un bambino di terza elementare scrive nel suo tema: «Se i miei genitori fossero neri e io bianco sarebbe disgustoso stare vicino a loro».

Si tratta, allora, di ricordare (oggi) ciò che è stato ricordato poco, quando non male (ieri). Nella prima parte, il volume ci mette (una volta di più) di fronte ai crimini del nostro «piccolo maledetto imperialismo» (come lo definisce Vincenzo Vita nella prefazione), in particolare nell’Africa Orientale: dall’uso delle armi chimiche alle leggi sulla segregazione razziale nelle colonie del 1937, passando per le violenze sessiste (come la pratica del “madamato”, legittimazione della schiavitù sessuale nei confronti  di donne e bambine africane). Dove, ricorda il contributo (di Isabella Peretti, Nadia Pizzuti e Stefania Vulterini) Il colonialismo italiano raccontato dalle donne, «Uomini bianchi e donne nere, tra erotismo e potere, anche nella relazione sessuale rappresentavano la superiorità della nazione e l’inferiorità della colonia».

Ma, ancora più diffusamente, il libro indaga (in particolar modo nella seconda parte) il ruolo complesso svolto dai media, e in particolare dal cinema, prima nella costruzione e propaganda dell’immaginario imperialista e razzista, poi nei tentativi (via via più frequenti e maturi) di fare luce a posteriori su quella fase oscura che chiama in causa (anche) la storia e le responsabilità del mezzo audiovisivo stesso.

Prendendo le mosse dalla rassegna organizzata dall’AAMOD nel 2018 (ai cui film sono dedicate le schede nell’appendice che chiude il libro), si mettono a fuoco intrecci emblematici tra evoluzione dell’industria cinematografica e vicende politiche, come nell’articolo di Gianmarco Mancosu sulla nascita dell’Istituto LUCE e i suoi doc “pro-colonizzatori” (anche, significativamente, qualche anno dopo la perdita delle colonie). E si analizzano aspetti non scontati del cinema di finzione colonialista durante il fascismo: dai diversi stereotipi femminili (nel saggio di Maria Coletti) al caso “cattolico” di Abuna Messias (su cui si sofferma Lucia Ceci), passando per la vicenda (ricostruita da Alessia Argentieri) di uno degli attori del film Stadio, Gianfranco Bondi, colpito in quanto ebreo dalle leggi razziali del ’38.

Dall’altra parte c’è il cinema (e non solo) che oggi tende a colmare (finalmente) il vuoto di memoria, con iniziative all’insegna non solo della riscoperta critica delle fonti ma anche di un nuovo pluralismo tra punti di vista, culture, linguaggi espressivi: come nei casi descritti da Leonardo De Franceschi, tra cui il doc Pagine nascoste (2018) di Sabrina Varani (dal romanzo Sangue giusto di Francesca Melandri) che «valorizza la dimensione intermediale del cinema» facendo incontrare «sguardo partecipativo, ricerca sul campo e decostruzione dell’archivio visuale». Opere e progetti che indicano una direzione in cui muoversi: perché, per dirla con Fortini (citato da De Franceschi) «Memoria è capire quel che abbiamo davanti».