Cosa c’è da “leggere” al Torino Filmfest

Dal 18 al 26 novembre la 34esima edizione del Torino Filmfestival, nel segno di David Bowie (da leggere in “Absolute Beginners” e “Furyo“). Attesi il nuovo Molaioli da Nick Hornby, la “Bovary” russa di William Oldroyd, il nuovo avventuroso Clint Eastwood, Sully e i mockumentary su Arthur Rimbaud e il poeta torinese Guido Catalano…

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La vocazione letteraria di questa edizione numero 34 del Torino Filmfestival è già nella sua affiche: David Bowie ritratto in una scena (rielaborata dall’agenzia Independent Ideas) di Absolute Beginners, film culto dell’86, in cui Julien Temple fotografa la Londra fine Cinquanta, prima delle minigonne, dei music-club, dei Beatles, insomma prima che diventi Swingin così come lo scrittore Colin MacInnes l’ha raccontata nell’omonimo romanzo autobiografico che ha ispirato un’intera generazione e lo stesso film.

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image_book-phpGrande musicista e interprete, attore cinematografico e teatrale e ancora pittore, il Duca Bianco (lo rivedremo anche in Furyo di Nagisa Oshima dal romanzo di Laurens van der Post) si fa simbolo di un festival che negli anni (sotto la direzione di Emanuela Martini) è sempre più laboratorio per “le diverse espressioni artistiche, le tendenze contemporanee… ma prima di tutto cinema e quindi film, documentari, cortometraggi e altro ancora”.

Dal 18 novembre giorno di apertura (con la commedia indipendente Between Us di Rafael Palacio Illingworth) fino alla chiusura il 26 novembre (col thriller d’azione Free fire di Ben Wheatley) il Torino Filmfestival proporrà  158 film, 43 anteprime mondiali, di cui 73 quelle italiane. È tra queste – unico tricolore del concorso – l’esordio del figlio d’arte Andrea De Sica – nipote di Vittorio e figlio di Manuel – con I figli della notte, film dai tratti autobiografici in cui si narrano i tormenti dei giovani rampolli della classe dirigente “rinchiusi” in un lussuo college tra le montagne.

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Nella nostra “caccia al libro” troviamo altri adolescenti nell’atteso Slam – Tutto per una ragazza che Andrea Molaioli ha tratto dal romanzo di Nick Hornby, ambientandolo a Roma. Di tormenti giovanili, ancora, ma stavolta quelli ottocenteschi di una Bovary russa, una ragazza diciassettenne costretta al matrimonio con un vecchio, ci racconta Lady Macbeth (nella foto), esordio nel cinema di William Oldroyd, esponente di punta del teatro inglese che porta sul grande schermo il racconto di Nikolaj Leskov, Una Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, che Šostakovič nel 1934 trasformò in una celebre opera.

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Tra i più attesi, poi, il nuovo Clint Eastwood, Sully, che ispirandosi all’autobiografia del pilota Chesley Sullenberger (Highest Duty: My Search for What Really Matters) narra l’eroico ed avventuroso atterraggio del suo aereo sul fiume Hudson nel 2009, in cui riuscì a mettere in salvo tutti i passegggeri. Nei panni del pilota Tom Hanks.

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Di un grande poeta come Arthur Rimbaud, ci narra poi Chi mi ha incontrato, non mi ha visto (nella foto), il nuovo film di Bruno Bigoni che abbandonandosi al mockumentary sollecita un gioco di specchi e riflessioni su immagine e memoria: “amore per la ricerca, poesia e un filo di intelligente ironia verso le istituzioni del sapere”.

Ancora un mockumentary “poetico”, con Sono Guido e non Guido, nel quale Alessandro Maria Buonomo crea un fratello gemello autore delle poesie di Guido Catalano, il poeta torinese che recentemente ha dato alle stampa il suo primo romanzo, D’amore si muore ma io no.

Immancabile Shakespeare, nell’anniversario dei 400 anni dalla morte, con l’ultimo allestimento di Romeo and Juliet firmato da Kenneth Branagh che porta i due amanti in una piazza italiana anni ‘50, con ragazzi in giacca scura e ragazze in gonna a palloncino e frati in bicicletta. Ma anche Author: the Jt Leroy Story di Jeff Feuerzeig che ricostruisce il caso di JT Leroy: fenomeno letterario dei primi anni 2000 (Sarah e Ingannevole è il cuore), rimbalzato da un’infanzia devastata al red carpet di Cannes, fino a quando venne smascherato. Si scoprì che si trattava dell’avatar di Laura Albert.

Dagli altri festival saranno riproposti A Quiet Passion (leggi la recensione di Emanuele Di Nicola), in cui Terence Davies ricostruisce la vita e le relazioni affettive di Emily Dickinson. E Death in Sarajevo in cui Danis Tanovic, ispirandosi liberamente alla pièce di Bernard-Henri Lévy, propone “una riflessione intensa, ironica e dolorosa sull'(im)possibilità dell’Europa e della convivenza”.

Tra i grandi classici da rivedere, spiccano il più celebre triangolo della storia del cinema, ossia Jules et Jim che François Truffaut ha tratto nel ’62 dalle pagine di Henri-Pierre Roché. E il film manifesto della contestazione studentesca, Fragole e sangue (1970) che Stuart Hagmann ha tratto dal libro di James Simon Kunen.

Molti gli ospiti della kermesse torinese: Nanni Moretti (si vedrà restaurato Palombella Rossa), Gabriele Salvatores in veste di guest director, Costa-Gavras che ricevrà il premio alla carriera, Sorrentino, Roberto Bolle e Lou Castel.