“Cursed”, il fantasy politico (su Netflix) che graffia, ma non taglia. Frank Miller dove sei?

Disponibile dal 17 luglio su Netflix la prima stagione di “Cursed”, serie fantasy che adatta (per mano degli stessi autori) l’omonimo romanzo illustrato scritto da Tom Wheeler e disegnato da Frank Miller. Una rilettura “politica” del ciclo arturiano, con al centro un’eroina femminile (la Katherine Langford di Tredici) e il dramma di un popolo oppresso dal fanatismo religioso. Tra caratterizzazioni e spunti d’attualità ben piazzati, lo spettacolo tiene, ma non spicca come potrebbe: pensando, soprattutto, ai trascorsi del grande fumettista Miller…

Nodo complesso quello della “politicità” del fantasy: genere (letterario e cinematografico) bollato (troppo) facilmente come regressivo per il suo riportare indietro le lancette dell’immaginario a un recinto epico-magico premoderno, eppure in grado di criticare allegoricamente il potere, chi lo desidera troppo e chi lo esercita in modo iniquo. A volte poi l’allegoria si confronta ancora più apertamente col (nostro) presente, ed è il caso di Cursed, la serie Netflix (di nuovo alla prova del fantasy di derivazione letteraria, dopo The Witcher e l’italiano Luna nera) che adatta in dieci episodi il romanzo illustrato (Mondadori) di Tom Wheeler (testi) e Frank Miller (disegni), creatori anche della trasposizione.

Di fantasy politico si può parlare per il modo in cui rilegge, e quasi ribalta, il ciclo arturiano, mettendo al centro una protagonista femminile, la giovane strega Nimue (Katherine Langford, già protagonista della prima stagione di Tredici, dal romanzo di Jay Asher), che si rivela la (nuova) prescelta della “Spada dei Primi Re” (o “Dente del Diavolo”), così potente da determinare chi regnerà sull’Inghilterra. E Nimue (ovvero la futura “Dama del Lago”), nelle sue titubanze e fragilità di adolescente gettata in una partita (apparentemente) più grande di lei, si dimostra un’eroina più credibile degli uomini che la circondano, dall’alcolizzato e disilluso Merlino (Gustaf Skarsgård) al ladruncolo mercenario (seppur dal cuore d’oro) Artù (Devon Terrell).

Ma non è solo la prospettiva femminile (e femminista) a fare di Cursed un fantasy impregnato di fermenti e tensioni (non solo) del nostro tempo. Perché al centro della vicenda abbiamo (anche) un popolo perseguitato, quello dei Fey, cacciati e sterminati dalla setta dei Paladini Rossi, fanatico braccio armato di una Chiesa cattolica la cui intolleranza religiosa cela mire di supremazia temporale legate all’ambita spada.

I Fey, cui appartiene la stessa Nimue, sono dunque i “pagani”, ma anche gli ebrei (de-umanizzati dalla propaganda dei Paladini), gli indiani d’America (emarginati e decimati dai conquistatori di una terra che gli apparteneva) e persino i migranti (di ieri e di oggi) nelle tumultuose peregrinazioni tra guerre e pregiudizi. E la loro parabola offre spunti ulteriori, dall’ecologismo alla repressione dell’omosessualità, quest’ultimo in particolare attraverso il personaggio di Morgana (Shalom Brune-Franklin).

Il vero antagonista di questa prima stagione, non a caso, è il diabolico leader dei fondamentalisti cattolici, Padre Carden, interpretato dalla punta di diamante del cast, il versatile Peter Mullan (indimenticabile protagonista di My Name Is Joe di Ken Loach, nonché regista Leone d’oro per Magdalene). Le dieci ore di Cursed hanno quindi il loro punto di forza nella vasta scacchiera di trame e caratterizzazioni che rivisitano (attualizzandolo) con massima libertà una delle saghe originarie dell’epica fantasy: e il congegno, pur al prezzo di qualche inciampo e forzatura, tiene viva l’attenzione aprendo a promettenti sviluppi (grazie anche ad alcuni plot-twist ben piazzati).

Tuttavia, la sensazione è che con un simile materiale si sarebbe potuto fare (molto) di più. Cursed graffia, ma non taglia in profondità come le spade brandite dai personaggi, e nonostante i buoni spunti non pare destinata  a spiccare troppo sopra la media del (frequentatissimo) genere.

Colpa in parte dei molti debiti con altre saghe: dal classico Tolkien (la spada come l’anello che tenta, seduce, corrompe) alle Oscure materie di (e da) Phillip Pullman (la polemica contro l’integralismo cattolico) passando per l’inevitabile Trono di spade (la lotta di potere tra clan) e persino Star Wars: lo stesso Miller ha paragonato la sua Nimue (“prescelta” da una forza superiore che è Bene e Male insieme) a Luke Skywalker, e si colgono (troppi) echi di Han Solo in Artù e di Darth Vader nel Monaco Piangente (Daniel Sharman), ex Fey convertitosi alla causa dei Paladini Rossi.

Ma, a proposito di Miller, il limite maggiore di Cursed è quello di non valorizzare quanto potrebbe la presenza, come co-autore, di uno dei maggiori fumettisti viventi, il cui inconfondibile stile grafico è un pregio non indifferente del libro. Non a caso, le precedenti trasposizioni delle opere di Miller, da Sin City a 300, avevano puntato su soluzioni tese a rendere l’impatto visivo delle tavole.

Qui, invece, il tocco di Miller si scorge più che altro nelle animazioni della sigla d’apertura e di altre micro-sequenze disseminate negli episodi, oltre che in una certa inventiva macabra e in alcune trovate trasfiguranti “fumettisticamente” la Storia (come la congrega di muti spadaccini mascherati che accompagna il corrotto papa). Poco, nel complesso, per una serie godibile e apprezzabile nel suo fondere i codici di genere con la polemica sull’oggi, ma che avrebbe potuto rivelarsi ben più incisiva e originale, nella forma e nella sostanza: un po’ del coraggio dell’eroina di cui canta le gesta, in questo senso, non avrebbe guastato.