I miei nonni fascisti. Se la storia di famiglia è dalla parte sbagliata nel doc di Chiarini

In sala dal 7 giugno (per Istituto Luce Cinecittà) “L’occhio di vetro” documentario di Duccio Chiarini, regista del fortunato “Short Skin – I dolori del giovane Edo“. Dal diaro di un prozio che quindicenne aderì alla Repubblica di Salò, la storia della famiglia del regista a lungo rimossa. Per scoprire che la nonna, la donna più buona e amata al mondo dal nipote-regista, era stata fascista addirittura più convinta e zelante del nonno. La banalità del male che fa uscire dagli archivi polverosi racconti di cieca adesione al regime e tenerezze. Miglior documentario del Concorso Italiano del 61° Festival dei Popoli di Firenze …

“Del ventennio, in casa di mia madre, non si parlava mai: eppure, più quella parola veniva rimossa dalle conversazioni di casa, più essa diventava un’ambigua e inquietante presenza familiare. Il fascismo che mi spaventava nei libri di scuola era lo stesso che mi incuriosiva nei silenzi dei miei nonni”.

Comincia così un viaggio nel cuore di tenebra di una nazione e nello stesso tempo di una famiglia, quella del regista Duccio Chiarini, nel cedere all’urgenza di scavare nei rimossi e nei silenzi. È un percorso doloroso, quello che porta alla realizzazione del “suo” documentario: L’occhio di vetro, vincitore al Festival dei Popoli 2020 (prodotto da Asmara Films, Istituto Luce Cinecittà, La Règle du jeu e il supporto del Mibact) ed ora in sala dal 4 giugno.

Un male totalmente inconsapevole di sé, un misto di malinteso patriottismo e superiorità razziale. Un’illusione agevolata da slogan e rappresentazioni del potere usati come una fascinazione di massa che ha soggiogato un’intera nazione.

Il male è il fascismo e il regista ne legge l’aspetto forse più spiazzante: la normalità quotidiana che si radica maggiormente attraverso i rapporti familiari. È la sconvolgente banalità, per dirla con Hannah Arendt, che fa uscire dagli archivi polverosi racconti di cieca adesione al regime e tenerezze. Quanto può essere traumatico scoprire che la nonna Danda, per il nipote-regista la donna più buona e amata al mondo, era stata fascista addirittura più convinta e zelante del marito, il nonno?

Attraverso i racconti familiari, cinegiornali Luce, e la mole di foto e documenti conservati (sepolti) si snoda la storia della famiglia Razzini, così comune a molte altre. Il mito degli “italiani brava gente”, ancora una volta, viene sfatato in tutta la sua ipocrisia e doppiezza. E però resta lo strazio in quelli che, ignari hanno amato e sono stati amati da questi “mostri”.

A Venezia, quest’anno, abbiamo visto Final Account, qualcosa di molto vicino per temi e argomentazioni ma, tuttavia, il documentario di Duccio Chiarini scende ulteriormente in profondità: parla di persone a lui vicine e amate, la sua famiglia. Bracca la madre e il padre costringendoli a dire o a scoprire ciò che non avrebbero voluto o avrebbero preferito ignorare. Percorrono le strade e visitano i luoghi dove si è snodata una saga familiare per molti aspetti orribile ma accompagnata da un’inevitabile nostalgia per quelle persone delle quali hanno conosciuto altri aspetti.

È questo il ricatto affettivo più straziante. E non meno complesso è affrontare il ricordo dell’unica figlia antifascista, Maria Grazia, il cui marito è partigiano comunista – nel dopoguerra sarà senatore del PCI – che accetta di dare rifugio alla famiglia della moglie sul Lago d’Iseo.

Una volta di più il mezzo cinematografico offre la possibilità per condividere e dibattere circa la pagina più dolorosa e scomoda della storia italiana dell’ultimo secolo. Ancora oggi è difficile trattare l’argomento concedendo attenzione anche al punto di vista degli sconfitti. Forse per paura di consentire loro qualche attenuante, forse per non rischiare di provare empatia, forse per non rinfocolare braci che si teme possano tornare a bruciare. Forse tanto altro.

Resta il fatto che la rimozione e l’elusione non hanno evitato, o probabilmente favorito, il rigurgito di fascismi mai così presenti dal ’45 a oggi. Ma sappiamo bene che il medico pietoso fa la ferita verminosa e così ben vengano le polemiche a suo tempo scatenate da Tiro al piccione di Giuliano Mondaldo, alla prima prova da regista nel 1961 con un film che vede protagonista un giovane soldato repubblichino non così detestabile come vorremmo fosse.

L’ossatura del documentario di Chiarini è rappresentata dal diario che il prozio Ferruccio tenne fin dal primo giorno della sua adesione, appena quindicenne, alla Repubblica Sociale Italiana, raggiungendo il lago di Garda per combattere per Salò. Un documento tanto scarno quanto significativo nel dare giornalmente conto degli eventi, degli spostamenti e dell’incrollabile fede nel fascismo.

Incrollabile al punto di raggiungere la Valtellina in un’ultima illusoria e irriducibile opposizione armata. Mussolini era stato da poco giustiziato a Dongo. Ferruccio resta irriducibilmente fascista fino alla morte, come gli altri della famiglia che non mostrarono mai alcun pentimento né dubbi successivi. Lo conferma il “picchetto” di camerati, amici e familiari, che all’uscita della bara di Ferruccio dalla chiesa tributa l’ultimo omaggio a braccio teso nel saluto romano. “Camerata Razzini Ferruccio, presente!”. Era il 2001.