Il palmarès dei mostri. Palma d’oro a “Titane”, premi raddoppiati e gaffe storica per Spike Lee

 

 

“Grazie alla giuria per aver fatto entrare i mostri”. La francese, 37enne, Julia Ducournau incassa la Palma d’oro per il suo horror-transgender Titane, con la protagonista dal cranio metallico, al limite dell’umano. Ed entra nella storia del festival: è la seconda regista donna, dopo Jane Campion, ad aver ottenuto il massimo riconoscimento della kermesse francese.

Mentre il presidente di giuria, Spike Lee, in completo maschile con tramonto hawaiano (?) disegnato, entra nella storia anche lui per la più grande gaffe della storia del festival: ha annunciato la Palma d’oro ad inizio cerimonia, distruggendo ogni suspense. Appena dopo la consegna di quella d’onore, di Palma, a Marco Bellocchio a cui va una standing ovation emozionante della sala.

Si conclude così questa edizione numero 74 con un palmarès cinefilo quanto basta, ma soprattutto à la page. Titane e la sua regista ne sono l’esempio. Con la sua danzatrice-killer di maschi molestatori (le dà il voltol’influencer Agathe Rousselle, sorta di  Ferragni francese), collezionista di amplessi con automobili (resta incinta di una Cadillac) e portatrice di tutte le possibili tematiche di transizione psico-corporale, con annessa lotta al patriarcato.

Comunque un’edizione storica, diranno. Per essere stata quella della ripresa, del ritorno in sala, della nuova chiamata a raccolta dei cineasti di tutto il mondo, del record di adattamenti in gara (10 titoli su 24 più i tantissimi nelle sezioni collaterali) e del raddoppio dei film in concorso (24 in tutto) così da aver costretto i giurati al miracolo dei pani e dei pesci, con addirittura due ex aequo.

Raddoppiato, infatti, il Grand Prix va a Un héros, folgorante apologo d’autore sulla barbarie dei media dell’iraniano Asghar Farhadi ed ex aequo a quel film miracoloso (e letterario) che è Compartiment no 6, del finlandese Juho Kuosmanen. Ma evidentemente troppo convenzionali per la giuria di Spike in cerca di nuovo.

Raddoppia anche il Prix du jury assegnato all’israeliano Le Genou d’Ahed di Nadav Lapid, ex aequo con Memoria del tailandese Apichatpong Weerasethakul.

La Palma alla sceneggiatura, in questa edizione così ricca di adattamenti premia un adattamento. È il fluviale Drive My Car del giapponese Ryusuke Hamaguchi che ringrazia sul podio l’acclamato scrittore di bestseller Murakami Haruki: dal suo primo racconto della raccolta Uomini senza donne (Einaudi) ha trovato ispirazione (firma la sceneggiatura con Takamasa Oe) per questo suo poetico viaggio (di tre ore) in auto tra Čechov (Zio Vania) e i sensi di colpa un regista teatrale rimasto vedovo.

Al musical cinefilo di Léos Carax, Annette, va la palma per la regia. Miglior attrice è Renate Reinsve, pour Julie (en 12 chapitres) seduttivo ritratto di ragazza in cerca d’identità del norvegese Joachim Trier. Miglior attore è l’americano Caleb Landry Jones che, in Nitram dell’australiano Justin Kurzel, si è calato nella psiche disturbata dell’artefice del massacro di Port Arthur del ’96 in Tasmania, con 35 morti e 23 feriti.

Julia Ducournau, appena lanciata dalla Palma alla ribalta internazionale, continua a ringraziare per aver aperto il festival ai temi della “diversità” per rendere “il mondo più fluido”. Mentre la sottosegretaria francese durante la montée des marches riassume le cotante complessità simboliche diTitane in una battuta: “Sono importanti i film che parlano delle persone handicappate”.

Ai fans di Bruno Dumont, rimasto fuori dal palmarès, sarà evidente che il suo France parlava anche di questo. Della minaccia delle  nuove barbarie veicolate dal sempre più grottesco apparato mediatico. Come avrebbe potuto vincere?