Il treno che a Mosca non è arrivato. La campagna di russia della coppia Ferrone-Manzolini

In sala dal 10 ottobre (per Istituto Luce Cinecittà) “Il varco” della premiata coppia di documentaristi Federico Ferrone e Michele Manzolini, già apprezzati autori de “Il treno va a Mosca”. Attraverso le memorie di tanti soldati al fronte, Wu Ming 2 crea quella di un protagonista immaginario, un soldato italiano sul fronte russo nel 41, la cui storia è narrata attraverso un magnifico repertorio. Passato nella sezione Sconfini di Venezia 76 e poi al SalinaDocFest  …

C’è ancora un treno per la premiata ditta di documentaristi Federico Ferrone e Michele Manzolini. Dopo quello “per Mosca” che li ha rivelati nel 2013, ora c’è quello per l’Ucraina. Un convoglio che si muove ancora una volta per la sterminata Russia, ma non quella del sogno comunista del barbiere emiliano degli anni cinquanta coi suoi super8 d’epoca, ma quella dell’occupazione nazi-fascista del ’41.

E sì l’Italia è in guerra e i suoi soldati sono inviati sul fronte russo. Soprattutto quelli che parlano la lingua della steppa come il nostro soldato protagonista, di madre ucraina, buono dunque per ascoltare il nemico e riferire informazioni ai superiori.

Ancora una volta Ferrone e Manzolini, ne Il varco, passato nella sezione Sconfini a Venezia 76, interpretano il repertorio – quello ricchissimo dell’Istituto LuceCinecittà e Home Movies -Archivio Nazionale del film di famiglia – per raccontare la storia.

Una storia di finzione costruita come un grande puzzle attraverso i diari dei militari italiani Guido Balzani, Remo Canetta, Enrico Chierici, Adolfo Franzini, Nuto Revelli, Mario Rigoni Stern. Parole messe insieme al fronte, sui tanti fronti, scritte tanti anni orsono, che Wu Ming 2 ha ricucito insieme per una sceneggiatura in prima persona, per un racconto in prima persona attraverso  il “cuore di tenebra” della guerra.

La memoria dell’uno, il nostro soldato, si nutre dunque di quelle dei tanti, accompagnandoci attraverso il lungo viaggio verso la steppa sconfinata. Insieme agli altri soldati, su quel treno che a Mosca, stavolta, non arriverà mai.

Con lui, attraversiamo tutta l’Europa, paesaggi e confini, ancora assolati, ancora apparentemente accoglienti. Attraverso le pause per il rancio, i volti allegri e inconsapevoli dei suoi compagni, le folle di ucraini collaborazionisti e già sconfitti. Le poesie, le favole russe che gli raccontava la madre fanno da controcanto e forse da cupo presagio per quello che verrà.

Il treno si ferma.

E la disfatta, di lì a poco, la raccontano il fango, il freddo feroce, la neve, le scarpe sfondate e la lunga marcia senza più speranza. Repentina, forse troppo, arriva quindi la decisione di disertare, abbandonare quel paesaggio di fantasmi per  tornare a casa.

Ferrone e Manzolini con Il varco si confermano ancora una volta straordinari artigiani, manipolatori esperti di immaginari e sapienti affabulatori. Il racconto soffre però di un andamento discontinuo, la cui fascinazione delle immagini non sempre arriva a supportarlo fino in fondo. Mentre i frammenti di presente, come piccole interferenze nell’Ucraina di oggi, nulla ci raccontano della dimenticata guerra del Donbass, a cui gli autori, immaginiamo, avessero voluto riferirsi in una generale riflessione sui conflitti di ieri e di oggi.