La burocrazia del male. “Notre Salut” di Emmanuel Marre va al cuore grottesco del regime di Pétain

Passato in concorso “Notre Salut” di Emmanuel Marre che ha frugato nelle carte di famiglia (trovando anche il libro che dà il titolo) per raccontare i burocrati della Francia collaborazionista di Pétain, gli uomini comuni, ingranaggi silenziosi che hanno fatto girare la macchina di Vichy. Piuttosto che l’affresco storico il regista sceglie la chiave del grottesco, utilizzando lo stile documentario e limitando appena il repertorio, di cui rievoca immagini contaminandole col presente …

C’è un libro che giaceva nelle librerie della famiglia Marre, quasi o volutamente dimenticato. S’intitola Notre Salut — «La nostra salvezza» — ed è stato stampato all’epoca dall’editore Fernand Sorlot, lo stesso che aveva portato in Francia Mein Kamp nel 1934. E che, dettaglio gustoso, si ritrovò in seguito trascinato in tribunale dalla casa editrice di Hitler poiché non ne aveva acquistato i diritti di traduzione .

Il grottesco del resto è tra gli ingredienti principali del film che porta per la prima volta in concorso a Cannes il regista francese Emmanuel Marre, dalla cui storia di famiglia, quella del bisnonno che il libro l’ha pubblicato a sue spese, attinge per un’opera capace di sorprendere per linguaggio e contesto, ma forse difficilmente esportabile.

Siamo nella Francia divisa in due del 1940. Nel Nord l’occupazione nazista. A Sud lo Stato francese (la parola Repubblica sparisce) sotto il regime collaborazionista del maresciallo Pétain. Nel caos della disfatta, mentre la Francia si racconta la favola di una rinascita su fondamenta reazionarie e ultranazionaliste, il governo di Vichy prende forma. Giovani funzionari con la valigetta e pochi scrupoli, ferventi credenti nella “rivoluzione nazionale” predicata da un maresciallo ottantenne, si avvicendano tra i corridoi dei nuovi palazzi del potere, in cerca dei contatti giusti. Henri Marre è uno di loro, un perfetto Swann Arlaud nei panni del grigio ingegnere in cerca di riscatto dopo una disfatta personale.

Nella valigetta le copie del suo pamphlet di istruzioni pratiche per la rinascita della nazione, come carta da visita (Notre Salut appunto). “Quel libro è davvero per la nostra salvezza o solo per la vostra” gli dirà uno degli interlocutori. Ma la tenacia e la determinazione faranno il resto. Sarà assegnato al ministero del lavoro. Il suo incarico, combattere la disoccupazione, razionalizzando le pratiche, classificando i lavoratori stranieri. È la burocrazia nel pieno delle sue funzioni, narrata nei suoi dettagli: le lettere dettate alla segretaria, la compilazione dei dossier, i timbri.

Niente o quasi di inventato, tra l’altro, tutto saltato fuori dagli archivi. Come quel dossier del Commissariato per le questioni ebraiche composto da trenta pagine di reclami del personale sulle indennità pasto e carburante. Da lì il regista ha scoperto – come racconta nel film – che il suo bisnonno ha passato un’intera mattina a verificare che i suoi impiegati gridassero abbastanza forte «Vive le Maréchal» prima del passaggio della parata militare. Ecco, Henry è ormai uno degli ingranaggi silenziosi che muovono la macchina del regime. Da un lato l’ottimizzazione delle procedure, il management, il suo credo nel rimettere l’imprenditore al centro. Dall’altro l’abiezione di Vichy: la sua firma sui buoni carburante per i camion, darà l’avvio alla deportazione degli ebrei.

Emmanuel Marre, qui al secondo film dopo Generazione Low Cost in co-regia con Julie Lecoustre, lavora minuziosamente anche sullo stile. La dissociazione, la visione sfocata di Henry si fa linguaggio stesso con immagini sgranate, le luci quasi ad abbagliare i personaggi e le inquadrature rubate, come nei documentari. È  un cinema fuori campo il suo, che riprende la gente comune, quelli dietro lequinte, le comparse della storia, come Henry. Non i protagonisti. Pétain lo vediamo sui manifesti, sui quadri mai di persona. E quando appare è di spalle e neanche cetrale nell’inquadratura. Il primo piano è sul suo képi e sull’alamaro che lo adorna.

Per il repertorio, quello vero (del resto già utilizzato da Claude Chabrol per il suo doc, L’Oeil de Vichy del 1993) e limitato a pochissimi spezzoni, Marre sceglie una rilettura personalissima, accompagnando le immagini con una colonna sonora volutamente straniante. La folla urlante, donne, uomini vecchi e quei due ragazzini col caschetto biondo e gli occhiali che sembrano acclamare più di tutti il Maresciallo,  sulle note di Live is Life successo rock d’arena anni ’80 degli Opus, è grottesco puro. E un esempio di cinema coraggioso che indica una nuova possibile strada per i film storici, di cui tanto più di questi tempi, c’è un grande bisogno.


Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.

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