La gastrite all’italiana rende il sonno leggero. Dal libro di Lorenzo Marone il film-soap su RaiPlay

Disponibile su RaiPlay, “La tristezza ha il sonno leggero” diretto e interpretato da  Marco Mario De Notaris, dall’omonimo romanzo di Lorenzo Marone (Longanesi). Siamo a Napoli nell’89 al momento della caduta del Muro di Berlino. Qui vive un fumettista fragile e ironico afflitto da una famiglia soffocante, a cominciare dalla moglie detestabile. Una piccola commedia malinconica che, per luoghi comuni, stereotipi e non solo, somiglia davvero troppo ad una sop …

La gastrite ha tra le cause principali lo stress e che sia autoindotto o generato da fattori esterni poco importa. Spesso ricorrono entrambi i casi. La medicina ci dice che il trattamento della gastrite parte dall’alimentazione, trattandosi di disturbo dell’apparato digerente.

Per questo sono da evitare drasticamente cibi irritanti per lo stomaco, come fritti, intingoli, unti, piccanti o speziati. Per questo, tra gli altri, è da evitare la parmigiana di melanzane che, per quanto gustosa, incorpora gran parte degli ingredienti in grado di scatenare i bruciori di stomaco più ardenti e per i quali il gastritico invocherebbe a pieno titolo l’eutanasia.

Chi soffre di gastrite sa di cosa si parla mentre chi ha la fortuna di non esserene afflitto può farsene un’idea. Erri Gargiulo soffre di gastrite.

E come potrebbe essere diversamente per un quarantenne (Marco Mario De Notaris) fragile e ironico che vive una non-vita da fumettista frustrato e inespresso, afflitto da una moglie detestabile (Gioia Spaziani), una madre borghese, invasiva ed egocentrica (Stefania Sandrelli), il di lei secondo marito pieno di buone maniere e valletto della moglie (Marzio Honorato). Con un vero padre malavitoso e da sempre assente (Tonino Taiuti), la sorella Flor (Serena Rossi).

Per non dire di un battaglione di sorellastre e fratellastri alla rinfusa il cui conteggio costringe la regia a continui fermo immagine di presentazione e collocazione nell’albero genealogico ad ogni entrata in scena di nuovi personaggi. “Sono fratello di… ma non sono fratello di…”.

Come sopravvivere a tutto questo? Semplice, o si compie uno sterminio o ci si fa venire la gastrite reprimendo le emozioni, non prendendo mai la benché minima e salvifica decisione e facendosi schiacciare da personalità più forti. Unici palliativi nella vita di Erri gli antiacidi a profusione e l’opposizione di un muro tra sé e gli altri, tra sé e la vita.

Questo, in soldoni, il contesto nel quale si svolge una storia trattata in forma molto teatrale, e non solo per il totale svolgimento in interno. Unico contatto con l’esterno la tv che ci comunica essere il 9 novembre 1989 attraverso la diretta televisiva che segue il crollo del Muro di Berlino.

Tutto questo è La tristezza ha il sonno leggero (su RaiPlay) diretto e interpretato da Marco Mario De Notaris e liberamente tratto dal romanzo omonimo di Lorenzo Marone edito da Longanesi nel 2016.

Lorenzo Marone, scrittore di successo, pluripremiato e pluritradotto, è anche l’autore, di una decina di titoli, tra i quali La tentazione di essere felici (Longanesi, 2015) che ha ispirato il film, La tenerezza (2017), per la regia di Gianni Amelio.

Che la famiglia sia una cosa complicata in genere e spesso luogo dei più feroci contrasti, soffocati o urlati a seconda dei casi, è un evergreen che trova sempre terreno fertile per argomenti e punti visuali per raccontarne le dinamiche. Vedi alla voce Ingmar Bergman e altre centinaia e centinaia di autori, su carta o celluloide.

Allo stesso modo Marone sembra aver a cuore il tema che ha affrontato con diversi approcci. Più drammatico nell’opera scelta da Amelio mentre con La tristezza ha il sonno leggero ha scelto la via malincomica, filone stilistico-narrativo ampiamente praticato in ambiente napoletano. Da Massimo Troisi, prima di tutti gli altri, ed è proprio Troisi a tornare alla mente seguendo la storia del tenero Erri Gargiulo alle prese con le proprie insicurezze radicate nel frustrante liquido di coltura familiare.

Una storia, quella di Erri, che dice quanto le persone che ci circondano si prendano il diritto di influenzare la vita altrui, di volerne plasmare il carattere e di assegnare un ruolo inderogabilmente definitivo. E che dice che se non si vuol vivere una vita che non ci appartiene, occorre ribellarsi a chi ci ama. Questo in sintesi l’encomiabile enunciato di un film poco riuscito: più vicino allo sceneggiato televisivo

Una commedia malinconica con l’attenuante delle buone intenzioni e con inevitabile lieto fine.

Una battuta del film funziona come un’autodenuncia: “Questa serata si sta trasformando in una telenovela argentina!”. Forse, dato il ritmo della narrazione, la recitazione e la gran parte del cast che ha impiego stabile anche nella soap dell’ora di cena, verrebbe da citare il più calzante parallelo con Un posto al sole.

Spiace dirlo, ma appare un film “troppo”: troppo affollato e siccome la famiglia è tanta bisogna trovare incroci e colpi di scena per giustificare la presenza di ognuno; troppo carico di stereotipi napoletani e non (un manifesto dei Black Flag alle pareti non basta per fare squat, come del resto sono brutte imitazioni i punk che ad un certo punto lo popolano). Troppo lontano dalla leggerezza di tocco di Ricomincio da tre, al quale sembra occhieggiare a partire dal protagonista, e troppo lontano dall’ambiente mefiticamente familiare del Monicelli di Parenti serpenti. Troppo vicino ad una sceneggiata contemporanea e a certi sceneggiati televisivi, però senza la diluizione in più puntate. Troppo, come la parmigiana per il gastritico.