Se la vendetta è un abito elegante

In sala dal 28 aprile per Eagles Pictures, “The dressmaker”, il film dell’australiana Jocelyn Moorhouse, tratto dall’omonimo romanzo di Rosalie Ham. Con Kate Winslet e Jude Davis, una commedia tutta al femminile dal tocco iperrealista…

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“Per sapersi vendicare serve stoffa”. Questa frase, a cui ne va aggiunta una ammiccante come “Il diavolo è tornato”, condensa il senso del film australiano The dressmaker, diretto da Jocelyn Moorhouse e tratto dall’omonimo romanzo di Rosalie Ham (edito in Italia da Mondadori).

Tra l’autrice del romanzo e la regista, che è anche sceneggiatrice del film, c’è un filo diretto testimoniato dalla fedeltà della pellicola al testo originale, dall’incontro e dal feeling tra le due donne, ma anche dalla sensibilità squisitamente femminile che ispira sia l’una che l’altro.

cop-16.aspxIl film e il libro narrano la storia di Tilly Dunnage, affascinante e talentuosa sarta e creatrice di moda che, dopo anni trascorsi negli atelier parigini, torna in Australia per stare accanto a Molly, l’eccentrica madre. L’arrivo di Tilly nel paese immaginario di Dungatar produce un vero e proprio scompiglio (a qualcuno verrà in mente Bocca di rosa), perché lei non intende accettare le regole conformiste di quel paese e la condanna allo status quo.

Inoltre sulla donna pesa come un macigno il ricordo di un episodio risalente all’infanzia, la morte di un bambino di cui lei è stata incolpata. Dunque Tilly utilizzerà tutte le sue giornate a Dungatar e i segreti del suo mestiere per infliggere una sottile vendetta ai detrattori, smascherando le ipocrisie, le omertà e i segreti meschini che rendono irrespirabile l’aria del piccolo centro.

Il film, va detto, vale soprattutto per la sontuosa interpretazione di Kate Winslet (Tilly) e di Jude Davis (Molly). Sono loro a dare spessore a una storia di vendetta che ha precedenti cinematografici illustri, specie i western di Sergio Leone a cui rinviano lo studio dei personaggi, l’ambientazione e persino le inquadrature, con l’aggiunta di un tocco iperrealista ma anche, inconfondibilmente, femminile.

Il gioco regge per buona parte del film, salvo declinare a un certo punto per eccesso di carne sul fuoco e di virtuosismo, a scapito della linearità del discorso. È come se la sceneggiatura si smarrisse un po’ lungo la strada, incerta se dare più peso alla cifra stilistica, al messaggio femminista o a una trama che avrebbe bisogno di maggiore semplicità. Perché da una parte poteva sfruttare l’idea della sartoria trapiantata nel cuore dell’Australia rurale e insistere su quel tasto; oppure poteva puntare sul rapporto tra madre e figlia; o ancora sul fascino sottile della vendetta, scavando in profondità nella psicologia dei personaggi. Invece il film mescola il tutto, appesantendo la storia con un amore infelice che alla fine appare quasi superfluo, e rischiando così di scivolare nel polpettone.

Due meriti di questo film originale, e un po’ fuori registro, non vanno tuttavia sottaciuti: uno è la prova delle protagoniste femminili, l’altro è la bellezza dei costumi, o meglio dei vestiti è il caso di dire. Certo, è curioso assistere a una vera e propria sfilata di capi haute couture nel deserto australiano. Ma il cinema è bello per questo.