“Mal di pietre”, come ti tradisco il romanzo

In sala dal 13 aprile (per Good Films) “Mal di pietre” della francese Nicole Garcia, l’adattamento del romanzo rivelazione di Milena Agus, già passato in concorso allo scorso festival di Cannes. Dalla Sardegna l’azione si sposta nella Francia del Sud. Risultato: un feuilleton d’appendice con i divi Marion Cotillard e Louis Garrel che più che commuovere fa sbadigliare…

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Vestitini a fiori sbottonati languidamente. Passeggiate nel fiume senza mutandine. Continue corse di “disappunto”, possibilmente in campi di lavanda o in rigogliosi prati verdi. Lettere d’amore fiammeggiati ad uomini già “impegnati”. E su tutto gli sguardi severi della madre, preludio a un matrimonio forzato destinato ad evitare lo scandalo di una figlia “matta”.

A chi avesse letto Mal di pietre, romanzo rivelazione di Milena Agus (edizioni Nottetempo) non resta che mettersi l’anima in pace: l’adattamento portato in concorso a Cannes da Nicole Garcia è un vero “tradimento”.
Ma non per le solite “ragioni da lettore” che non riesce a distaccarsi dalla fascinazione del testo amato. E di fronte alle quali si giustifica prima di tutti l’amatissima regista francese de L’avversario e Quello che gli uomini non dicono, (“Un libro chiede di essere interpretato e reinventato liberamente”).

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In questo caso, perché è l’intera storia a perdersi e a diventare altro: un feuilleton d’appendice, ultra convenzionale (anche nel linguaggio cinematografico) e noioso. Tutto costruito, ahinoi, intorno alla statica interpretazione di una Marion Cotillard, dagli immobili sguardi azzurri perennemente imprigionati nella tristezza e nel dolore e in quella di un Louis Garrel ancora più tenebroso del solito, nei panni dell’ufficiale reduce dalla guerra d’Indocina ed unico vero amore della “malmaritata” protagonista.

La Sardegna mitica-favolistica della Agus, che le è valsa da qualcuno il paragone con Garcia Marquez, cede il passo nel film alla Francia del Sud dei Cinquanta. Qui la storia non è più quella narrata a distanza di anni dalla nipote, in procinto di sposarsi, che ripercorre la vita di quella sua nonna “pazza” malata d’amore, capace di mettere in fuga con le sue smanie ogni giovane del paese, fino a maritarsi col nonno, un vedovo molto più grande di lei che accetta di sposare controvoglia, ma che rispetta.

La raffinatezza dei due piani narrativi del testo della Agus, nel film vengono schematizzati in uno solo: la storia di Gabrielle, figlia di una famiglia della piccola borghesia agraria francese, che incontriamo al momento del finale a “sorpresa” e di cui ripercorriamo a ritroso, meccanicamente, la triste vicenda. Ossia l’amore disperato e sognato per quell’ufficiale incontrato durante le cure termali in Svizzera (le pietre del titolo sono i calcoli renali) e mai dimenticato.

Al dunque nessuna empatia scatta con la protagonista, i cui tormenti esistenziali di donna innamorata dell’amore, si limitano ad una carrellata di cliché, appesantiti dalle costanti crudeltà che riserva al marito, rispettoso e discreto, a cui vanno, inevitabilmente, le simpatie dello spettatore. Più che lacrime, insomma, tanti sbadigli. E una domanda su tutte: perché un film così in concorso?