Morante, Ferrante, Di Pietrantonio. O la poetica dell’abbandono (che attira il cinema)

Sono appena iniziate le riprese, per la regia di Giuseppe Bonito, de “L’Arminuta”, il romanzo di Donatella Di Pietrantonio, vincitore del Campiello 2017. Una storia di abbandono, anzi un doppio abbandono. Tematica che ritroviamo anche come un sottile filo rosso, come una ferita di fondo, nell’opera di Elsa Morante ed Elena Ferrante. Passando per  “Menzogna e sortilegio“, “La Frantumaglia” e “L’Arminuta”. Scrittrici amate dal cinema…

“L’isola di Arturo” di Damiano Damiani (1962) dall’omonimo romanzo di Elsa Morante

Di libro in libro. E di film in film.
Anche per la sua nuova regia Giuseppe Bonito porterà sugli schermi una storia tratta da un libro.
Dopo Pulce non c’è, suo apprezzato film d’esordio del 2012 (storia di due sorelline di cui pulce, la più piccola, con problemi di autismo e non solo) nato dal libro di Gaia Rayneri, seguito dal successo di Figli, anche stavolta è stato un libro di una donna che scruta e racconta l’anima di due bambine a riportarlo sul set.

Per L’Arminuta non si cambia squadra: i diritti del libro Einaudi, 170.000 copie vendute con traduzioni in corso in 14 paesi, da subito considerato una magnifica base per un film, se li è aggiudicati una coproduzione italo-svizzera e la sceneggiatura sarà ancora nelle mani di Monica Zapelli (I cento passi) stavolta in collaborazione con l’autrice del romanzo.

Ma c’è di più: che cos’ hanno in comune L’Arminuta, libro con cui nel 2017 Donatella Di Pietrantonio, ha vinto il Campiello e il Premio Napoli e La Frantumaglia, saggio-carteggio proposto dalle Edizioni e/o nel 2003 con cui la (misteriosa?) Ferrante si racconta a chi ha bisogno di saperne di più sui suoi romanzi?

Al primo esterno colpo d’occhio, la scelta di un titolo “esotico” per chi non mastica i dialetti del centro-sud, per cui è d’obbligo una traduzione.
In abruzzese apprendiamo che arminuta è colei che ritorna.
Frantumaglia è, invece, una parola ereditata.

Era con questo termine (pronunciato con doppia m) che la sua mamma esprimeva il suo malessere interiore, quando un dolore non riconducibile ad una sola ragione la lacerava tirandola di qua e di là.

Ma è soprattutto l’esergo, scelto per il suo piccolo romanzo dalla dottoressa abruzzese, a chiarire il passaggio evidente del testimone tra Morante, Ferrante e Di Pietrantonio: “Ancora oggi, in certo modo io sono rimasta ferma a quella fanciullesca estate intorno a cui la mia anima ha continuato a girare e a battere senza tregua come un insetto intorno a una lampada accecante”.

Sono parole tratte da Menzogna e sortilegio, primo romanzo di Elsa Morante, pubblicato nel 1947.
È proprio questo fermo emozionale alla fanciullezza e a un doloroso e misterioso rapporto figlia-madre l’evidente trait d’union e punto essenziale di partenza tra le scrittrici.

Al punto che – leggiamo ne La Frantumaglia – la Ferrante, che per inciso, in Italia ha vinto un solo premio letterario – appunto Il Procida Isola di Arturo Elsa Morante – confessa di aver pensato che il vero sesso di Arturo, il fanciullo, protagonista della storia, fosse femminile. “Una sorta di mascheramento, da parte della Morante, dei suoi sentimenti e delle sue emozioni”. Cosa che in seguito Ferrante ha sentito “in tutti i personaggi maschili dei romanzi della Morante che vanno in fondo impudicamente nel loro rapporto con la madre”.

In ogni modo, che i giovani raccontati da queste tre autrici siano femmine o maschi poco importa, quello che accomuna queste creature, ipersensibili e ombrose, coriacee e fragili è una ferita profonda.

L’ha inflitta un’arma incomprensibile e inattesa che si chiama abbandono e quasi sempre innesca un mix di desiderio, disperato, inevaso e implacabile, di affetto e gelosia.

Ma mentre in quasi tutte le storie raccontate dalla Ferrante è in qualche modo di scena la fuga di una madre, ne L’Arminuta invece, per la piccola protagonista della storia, le madri, in apparenza anaffettive, da recuperare, sono addirittura due.
E sono due anche gli ambienti, diversissimi, dove si troverà a vivere.

Il primo, accogliente, borghese dove ha vissuto da figlia unica un’infanzia tranquilla e felice coccolata da quelli che credeva fossero i suoi genitori in una piccola città sulla costa adriatica abruzzese.
Il secondo, poverissimo, e al primo impatto drammaticamente anaffettivo, nonostante la casa sia ingombra di ragazzini denutriti e stracciati che scoprirà tutti figli della sua madre naturale.

È lì, nella famiglia d’origine, che a 13 anni, senza spiegazione alcuna, questa bambina verrà a forza traslocata all’improvviso.
Ma è anche lì che troverà l’amicizia e una formidabile alleata: Adriana, la scarmigliata sorellina più piccola ma certo più “scafata” e rodata di lei dai non pochi disagi della vita.

Con lei da subito sarà costretta a condividere il letto e la sua incontinenza, ma sarà proprio Adriana ad aiutarla a srotolare la matassa della sua disperazione e ad affrontare, condividendola con lei, l’avventura della ricerca delle ragioni e del senso del duplice abbandono.