“Mother Fortress”, in nome del prossimo. Il cinema “miracoloso” di Maria Luisa Forenza

L’ultimo premio è stato al Religion Today Film Festival, ma “Mother Fortress” di Maria Luisa Forenza (totalmente autoprodotto) ne ha raccolti davvero tanti di riconoscimenti nel corso di questo suo lungo viaggio per festival e non solo dedicati al documentario. La guerra in Siria vista dall’interno di un convento di carmelitani che, in quei territori devastati da anni di guerra, offrono soccorso alla popolazone stremata. Di seguito una recensione-riflessione di Alfredo Baldi …

Per giudicare questo film oggi, autunno 2020, dobbiamo anzitutto sapere che è stato realizzato in più riprese, nel corso di vari viaggi della regista Maria Luisa Forenza in Siria, nel 2014-17, quando ancora vaste porzioni del territorio di quel paese erano occupate dall’ISIS, l’autoproclamato stato islamico, i cui governanti e membri attivi hanno dimostrato una ferocia e un disumanità veramente agghiaccianti, almeno per il comune sentire di noi cittadini del ricco occidente.

Ho visto il film più di una volta, perché la storia mi ha talmente preso che ho sentito il bisogno di rivederlo, di approfondirlo. Mi è piaciuto – per dirla banalmente – perché, contrariamente a (quasi) tutto quello che si vede oggi, sia al cinema, sia in televisione, sia su qualunque altro mezzo tecnologico di riproduzione di immagini, si tratta di un film assolutamente anti-retorico, privo di qualsiasi enfasi, di qualsiasi sottolineatura, di qualsiasi abbellimento.

In linea generale, quando voglio esprimere un giudizio critico su un film o qualunque altro prodotto audiovisivo, mi piace analizzarlo confrontandomi con la “immagine-sguardo”, un concetto mutuato dalla semiologia del cinema. L’immagine sguardo definisce la posizione nella quale si pone il regista, e di conseguenza viene posto lo spettatore, rispetto al racconto e ai personaggi.

Ecco, Mother Fortress è un film che propone uno sguardo assolutamente oggettivo. La camera, la macchina da presa, è impassibile, segue i personaggi, li tallona senza nessuna emozione; ma proprio per questo motivo ci provoca un’emozione fortissima, poiché ci fa sospettare che a ogni momento, a ogni istante possa succedere qualcosa.

Infatti il contesto – il conflitto, in territorio siriano, tra l’ISIS e la coalizione formatasi per sconfiggerlo – è talmente drammatico, che ci aspettiamo continuamente, senza soluzione di continuità, che possa accadere qualcosa: qualche agguato, qualche sparatoria, lo scoppio di qualche ordigno. Anche quando dalle colline all’orizzonte vengono sparati dei colpi, addirittura delle cannonate, sulla troupe che si sta trasferendo su alcuni blindati da un luogo a un altro, visivamente non succede assolutamente niente, la camera trema un po’, si sposta, la macchina parte via di corsa, ma tutto qui: questa è tutta l’emozione che ci concede la regista.

La quale si guarda bene dallo sciorinarci le inquadrature che segnalano, nei codici della visione cinematografica, forme psicologicamente condizionate – spavento, emozione, pericolo – come la macchina da presa che trema, oppure che si inclina su un lato, ovvero che alza o abbassa il suo punto di vista, o distorce le immagini, mentre l’audio accompagna le distorsioni visive con altrettante percepibili e concrete distorsioni sonore.

No, Maria Luisa Forenza non ci mostra nulla di tutto questo, la macchina da presa nelle sue mani rimane impassibile. E l’audio è quello originale, senza falsi arricchimenti. Una cosa da non credere.

E poi il secondo aspetto, non meno importante, di straordinarietà, di unicità, riguarda il fatto che, nonostante che il film sia stato girato in un convento, il Monastero di San Giacomo il Mutilato, ai piedi delle montagne al confine con il Libano, e che la protagonista sia una suora, Madre Agnes, e con lei molte altre suore e frati di varie nazionalità, ci troviamo di fronte a un film assolutamente laico, dove la religione che è pur presente dappertutto, sottesa in ogni momento, non viene mai presa a pretesto, a giustificazione del compimento di qualsiasi (buona) azione.

Anche la distribuzione dei viveri, da parte delle suore, alle popolazioni, che è molto importante nella seconda parte del film, viene fatta non in nome di Dio, ma in nome del prossimo. Con grande semplicità nel racconto da parte di Maria Luisa.

Inoltre ho notato che Maria Luisa non ha mai usato lo zoom, artificio tecnico con cui è facile dare un’emozione: uno zoom in avanti o indietro, l’emozione arriva. Lei invece l’emozione ce l’ha data attraverso inquadrature fisse, o con carrelli o panoramiche, ma senza usare questo mezzo, questo espediente del cinema, pure assolutamente lecito. È stata di un rigore estremo. L’emozione permane in ogni momento perché in ogni momento ci si aspetta che succeda qualcosa, che possa succedere qualcosa. Quindi c’è una tensione continua, ma una tensione interna all’inquadratura, non provocata dall’esterno.

In definitiva, mi sento di poter dire che Mother Fortress è un miracolo, non solo produttivamente, trattandosi di un’opera praticamente autoprodotta, ma soprattutto un miracolo di sapienza narrativa, raggiunta attraverso la semplicità, la sincerità e la sottrazione.