Palma d’oro alla lotta di classe coreana. E gli operai-migranti africani secondi sul podio di Cannes
La giuria capitanata dal messicano Iñárritu premia con la Palma d’oro le scene di lotta di classe del sud coreano “Parasite” (presto in sala con Academy Two), incorona gli operai migranti di “Atlantique”, e il dramma della radicalizzazione islamica fra i ragazzi europei dei Dardenne. Le banlieues in fiamme de “Les misèrables” ex aequo col fumettone terzomondista brasiliano, “Bacurau”. Niente per Bellocchio, né per Ken Loach. Comunque un palmarès ancora una volta très engagé …

La Palma d’oro è della magnifica dark-comedy, Parasite, del sud-coreano Bong Joon-ho che ha stregato – anche la critica – con le sue scene di lotta di classe doc, tra diseredati del sottuosolo e ricchissimi dei piani alti, isolati nelle ville degli archistar. Di lotta di classe e al femminile, tratta anche Atlantique, film operaio della giovane senegalese Mati Diop che gioca la carta del soprannaturale per fare giustizia ai lavoratori morti in mare, nell’ennesima traversata della speranza. L’Italia, invece, resta a bocca asciutta col suo unico titolo in concorso, il potente Traditore di Marco Bellocchio che fortunatamente potete già gustare al cinema.
Cannes 72, col messicano Alejandro González Iñárritu presidente di giuria, si chiude come spesso accade sulla Croisette, con un palmarès très engagé. Anche se stavolta uno dei grandi engagé del cinema europeo è stato tenuto fuori: niente per Ken Loach col suo imperdibile Sorry We Missed You, drammatica istantanea sull’inferno del lavoro nell’era dell’uberizzazione. Mentre tornano vittoriosi, ancora una volta, i fratelli Dardenne che col vecchio Ken condividono sguardo etico e attenzione al sociale. Al loro Le Jeune Ahmed sul tema scivoloso della radicalizzazione dei giovani in Europa, va la Palma per la regia.
Alla favoritissima Céline Sciamma va il premio alla sceneggiatura per il suo lesbo-dramma ottocentesco, tutto al femminile (l’unico uomo in scena è il postino), Portrait de la jeune fille en feu che arriverà nelle nostre sale con Lucky Red.
Il Prix du Jurie, che molto deve essersi divisa, come testimonia l’ex aequo, incorona la nascita di un regista da tenere d’occhio come Ladj Ly, col suo ritratto di banlieus in fiamme dall’ascendenza letteraria, Les misèrables, a pari merito col brasiliano Bacurau di Kleber Mendonça Filho & Juliano Dornelles, fumettone terzomondista dalla parte degli indios e contro gli sporchi yankees.
Miglior attore è Antonio Banderas, davvero gigantesco in Dolor Y Gloria, che non ripaga però l’ennesima Palma d’oro mancata da Pedro Almodóvar, stavolta davvero meritata. Miglior attrice, invece, è Emily Beecham protagonista del (poco riuscito) apologo sulla manipolazione genetica, Little Joe, dell’austriaca Jessica Hausner, molto apprezzata invece in precedenza (Lourdes, per esempio).
Chiude il palmarès la menzione speciale, a sorpresa, per It Must Be Heaven del palestinese Elia Suleiman, (presto in sala per Academy Two) simbolico e stralunato viaggio attraverso Europa e Stati Uniti, per sorridere degli sterotipi sul suo paese legati all’immaginario globalizzato. Ma anche di quelli relativi all’Occidente. Dove i momenti migliori sono proprio quando, col sorriso, il regista sottolinea – sempre silenziosamente – la superficialità del politicamente corretto, così vicino al mondo engagé. Tema su cui il Festival di Cannes, dovrebbe aprire una importante riflessione per le edizioni a venire.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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