Panahi, Rasoulof, Mohammadi. Le voci dissidenti dell’Iran contro il regime e contro le bombe

Jafar Panahi, Mohammad Rasoulof e ancora la premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, la regista e attivista Azadeh Bizargiti, da poco ospite a Roma al festival Cinema d’IDEA insieme all’israeliana Joy Sela. Sono tante le voci di artiste e artisti iraniani e non solo che si appellano all’Onu per chiedere la fine del regime e lo stop alla guerra in Medio Oriente, da Teheran a Gaza, dove il massacro continua …

I registi iraniani Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof e la Premio Nobel per la pace Narges Mohammadi. Sono i primi e determinanti firmatari dell’appello all’Onu e alla Comunità Internazionale  per “la cessazione dell’arricchimento dell’uranio da parte della Repubblica Islamica e la fine immediata della guerra devastante tra la Repubblica Islamica e il regime al potere in Israele”, come riporta l’esclusiva del “Corriere della Sera”.

In particolare Narges Mohammadi, in un’intervista a “Repubblica” rivendica: “L’immediato cessate il fuoco” come  “necessità per tutto il Medio Oriente. Uscire dalla spirale della violenza, impedire che la guerra venga usata come strumento di politica estera. In Iran bisogna puntare al superamento della Repubblica Islamica attraverso il sostegno ai movimenti di protesta e rivoluzionari del popolo iraniano e al fianco delle forze democratiche”.

Gli autori e gli intellettuali iraniani, insomma, prendono posizione chiedendo la fine del regime degli ayatollah e degli attacchi da parte dell’esercito israeliano ed ora anche americano.

“Israele ha violato l’Iran e dovrebbe essere processato in un processo internazionale come aggressore di guerra”, si era già pronunciato nei giorni scorsi Jafar Panahi, fresco di Palma d’Oro all’ultima (la 78esima) edizione del Festival di Cannes con il suo Un simple accident (nelle foto).

Ormai sono passati dieci giorni dal 13 giugno, dall’inizio dei bombardamenti israeliani sull’Iran. Una data che apre un nuovo fronte bellico e che ha scatenato la reazione di molti artisti e artiste, sia israeliane che iraniane. Riempiendo anche le piazze europee di manifestazioni e proteste.

La voce del regista dissidente iraniano si è levata per prima, condannando l’ennesima guerra in Medio Oriente, Israele, ma ribadendo anche la sua opposizione contro la Repubblica Islamica, regime che per anni lo ha perseguitato, impedendogli di lasciare il paese e di girare i suoi film. Anche se attualmente si trova nell’opposta sitazione: non poter rientrare a Teharan dopo aver partecipato al Sydney Film Festival.

La condizione di prigioniero in patria l’autore la raccontò in modo eloquente nel suo Taxi Teheran, opera girata clandestinamente in un taxi guidato da lui stesso che gli valse l’Orso d’oro nel 2015. In uno dei suoi posto ha scritto: “rimanere in questo regime significa la caduta continua, la continuazione della repressione e la continuazione del gregge! L’unico modo per fuggire è lo scioglimento immediato di questo sistema e avviare un governo popolare, reattivo e democratico”.

Nuova guerra, nuove proteste, ed il regista non è il solo a gridare contro i regimi e le azioni militari. A Roma, infatti, si è levata  un’altra voce iraniana, quella della regista e attivista Azadeh Bizargiti. Ospite al Cinema d’Idea – Women’s International Film Festival (la cui IX edizione ha avuto luogo nella capitale dal 9 al 15 giugno), durante la presentazione in anteprima del suo documentario Moonshadow (opera che vuole restituire un posto nella Storia alla cantante iraniana Fatimeh Akbari, che non poté mai esibirsi in pubblico), l’autrice ha condannato le azioni di Israele contro l’Iran e la Palestina, dove i crimini contro l’umanità dell’esercito israeliano proseguono senza sosta, puntando anche il dito contro il silenzio della comunità internazionale, “un segno doloroso del declino dell’umanità”, denuncia.

Queste dichiarazioni fanno seguito a quelle di Joy Sela, regista israeliana con base a New York. Dallo stesso palco della collega per la presentazione del suo film The Other (in cui sono raccontate le vite di uomini e donne, palestinesi ed israeliani, che condividendo il dolore della guerra si battono per la pace), la regista ha dichiarato: “Chiediamo la fine della violenza e la sicurezza e l’unità per tutti i popoli: israeliani, iraniani e palestinesi”.

Se l’Iran adesso – anche per la paura di un’escalation nucleare – è al centro del dibattito pubblico, Yuval Abraham, regista israeliano parte del collettivo israelo-palestinese autore del documentario Premio Oscar No Other Land, con un post su X, ricorda che questo è solo uno dei due fronti che impegnano Israele. Perché il genocidio a Gaza non si ferma, sebbene l’attenzione mediatica sia rivolta alla nuova guerra.


Valentina Scarfò

Tirocinante Università La Sapienza

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