Quando Cervantes era “Il prigioniero”. In sala la fan-fiction picaresca e queer di Amenábar contro l’intolleranza

In sala dal 10 giugno (per Lucky Red) “Il prigioniero”, nuovo lungometraggio di Alejandro Amenábar. L’autore del “Don Chisciotte” Miguel de Cervantes (col volto di Julio Peña Fernández) è narrato, fra dati storici e finzione, negli anni della detenzione ad Algeri. E, mentre tenta la fuga, lo vediamo intrattenere con le sue abilità narrative tanto gli altri ostaggi cristiani quanto il carceriere Hasan Bajá (Alessandro Borghi). Omaggiando il filone picaresco, il regista mette su un affresco ambizioso, a tratti patinato e ridondante ma con spunti critici non banali verso i fanatismi religiosi, decostruiti (anche) attraverso le tensioni omoerotiche tra i personaggi. Presentato allo scorso Torino Film Festival…

Prima di segnare, indelebilmente, la storia della letteratura col suo Don Chisciotte della Mancia (il libro più tradotto al mondo dopo la Bibbia), lo spagnolo Miguel de Cervantes (1547-1616) è stato Il prigioniero, titolo del film (in originale El cautivo) nelle nostre sale dal 10 giugno per Lucky Red dopo l’anteprima al 43° Torino Film Festival.

Regia, sceneggiatura e musiche sono firmate da Alejandro Amenábar (Oscar per Mare dentro, 2004), che interpolando dati storici e invenzione narra i cinque anni trascorsi dal grande scrittore (interpretato da Julio Peña Fernández) come ostaggio dei corsari ottomani ad Algeri, dove fu condotto nel 1575 in seguito alla partecipazione, come recluta, alla battaglia di Lepanto, riportandovi ferite invalidanti al braccio sinistro.

Del resto, l’abilità di Cervantes, già allievo dell’umanista López de Hoyos, non è certo nella spada, ma nella penna, ovvero nella capacità di concepire ed esporre storie, che mette ben presto in gioco per alleviare la sofferenza dei compagni di carcerazione. Fra questi, troviamo il frate domenicano Blanco de Paz (il Premio Goya Fernando Tejero) e soprattutto il sacerdote, teologo e letterato Antonio de Sosa (il veterano Miguel Rellán), che diverrà biografo dello stesso Cervantes e fonte, con i suoi scritti, per lo stesso Amenábar.

Soprattutto, però, le ipnotiche doti da cantastorie del protagonista attirano l’attenzione di Hasan Bajá, nato a Venezia, convertitosi all’Islam e divenuto signore di Algeri, dove regge duramente il limbo in cui marciscono i detenuti cristiani che non abiurano né hanno modo di riscattare in denaro la libertà. Nel film, co-produzione spagnola-italiana, Bajá ha il volto di un Alessandro Borghi che alterna e combina crudeltà glaciale, sensualità e momenti di vulnerabilità. Instaurando un’ambigua relazione con Cervantes/Peña Fernández, che per ogni racconto in grado di convincere e intrattenere adeguatamente il carceriere otterrà permessi d’uscita. Di cui il protagonista approfitta mettendo a punto, per sé e gli altri, piani di fuga rischiosi e ingegnosi da Papillon ante-litteram.

Insomma, mentre il mito di Alonso Quijano (vero nome dell’eroe di Cervantes ossessionato dai romanzi cavallereschi al punto da viverli nella realtà) e del suo scudiero Sancho Panza continuano ad alimentare rivisitazioni filmiche (l’ultima, da noi, è stata quella di Fabio Segatori con Alessio Boni), il regista cileno-spagnolo prova a offrire la sua versione dell’autore che ha contribuito a portare la narrativa occidentale nella modernità. E costruisce la sua fan-fiction come un’epopea picaresca, omaggiando (anche) il prototipo di quel filone, Lazarillo de Tormes.

Proponendoci una sequela di peripezie, alleanze, tradimenti (anche di sé stessi) e colpi di scena che alla lunga possono risultare ridondanti, appesantiti da una messa in scena patinata (a partire dalla scelta dell’apollineo Peña Fernández, cantante e star della Netflix spagnola, per il ruolo principale), oltre che da alcuni passaggi eccessivamente didascalici. Ma l’ambizioso (troppo?) affresco offre comunque spunti non banali nella rappresentazione di un mondo segnato dal conflitto tra fanatismi religiosi, decostruiti come maschere di contese e interessi ben più materiali e messi ulteriormente in crisi dall’ecumenismo scandaloso della creatività di Cervantes, dispensata e bramata trasversalmente ai credo e alle gerarchie.

E se il cineasta, dopo essersi scagliato contro le violenze degli estremisti cristiani ai danni dei pagani (tra cui la filosofa Ipazia) in Agora (2009), stavolta mette in primo piano la brutalità dei musulmani verso i rivali cattolici del Mediterraneo, il suo discorso si rivela ben presto più complesso e stratificato: ricordandoci che dall’altra parte non ci sono comunque i “buoni” («Ho visto centinaia di abusi cristiani a Castiglia ed Estremadura», dice il prigioniero Dorador/Luis Callejo, «quello che ci fanno qui, lì glielo facciamo noi»).

Tutto il bigottismo e l’intolleranza della Chiesa più dogmatica ci vengono poi mostrati attraverso la figura di Blanco de Paz, che non riconosce nemmeno la citazione evangelica “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” e considera gli omosessuali «carne da brace», in contrasto con un’Algeri molto più liberale in materia (almeno per quanto riguarda i maschi).

Proprio l’omoerotismo è l’altro filo che lega fatti, tensioni e destini nel film di Amenábar, portando ogni personaggio a fare i conti con le pulsioni verso il proprio stesso genere e con l’incapacità dell’ordine sociale, in particolare cristiano, di accettarle (lo stesso Cervantes, verrà detto, si è arruolato a Lepanto per sfuggire alle conseguenze di un duello innescato da accuse di favori sessuali al suo maestro).

Così, in questa parabola a suo modo queer, dove l’unica donna è significativamente prodotta dalla fantasia del protagonista, gli uomini sono svelati, nella loro fragilità e contraddittorietà, da dinamiche di attrazione fisica ed emotiva capaci di sconfinare oltre le mura classiste e identitarie. Che sembrano, ancora oggi, i veri mulini a vento contro cui si impiglia ogni sogno di ripensare l’esistente.


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.

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