Quei santi che ci riguardano tutti. Ecco il nostro viaggio in Italia, ora che non abbiamo più a chi votarci

Doppietta doc di Gianfranco Pannone e Ambrogio Sparagna su Sky Arte: l’11 aprile (ore 21,15) “Lascia stare i santi” e il 18 aprile (21,15) “Scherza con i fanti”. Due documentari che dialogano tra di loro indagando la nostra cultura popolare. A partire dalla “fede popolare – scrivono gli autori – che si esprime soprattutto attraverso il canto e che ci permette anche di capire com’era l’Italia contadina dei nostri nonni e avi che non è poi così lontana da noi, che non solo non abbiamo più un Dio, ma neanche più i santi a cui rivolgerci”. Tanto più in questo tempo di pandemia che porta con sé tanti interrogativi sul senso della vita…

A un film sul culto dei santi in Italia ci pensavamo da tempo e lo abbiamo, infine, fortemente voluto, con l’ambizione di rivolgerci non solo al credente, ma anche a chi non ha la fede.

In Cristo si è fermato ad Eboli, uno dei punti più alti della letteratura italiana meridionalista del ‘900, così scrive il laico Carlo Levi: “Nel mondo dei contadini non c’è posto per la Ragione, per la Religione e per la Storia. Non c’è posto per la religione, appunto, perché tutto partecipa della divinità, perché tutto è realmente e non simbolicamente divino, il cielo come gli animali, Cristo come la capra. Tutto è magia naturale. Anche le cerimonie della chiesa diventano dei riti pagani, celebratori della indifferenziata esistenza delle cose, degli infiniti terrestri dei del villaggio”.

Parole assai suggestive, forse dimentiche di una religiosità cristiana che per secoli ha convissuto con la “magia naturale”. Alla quale la Chiesa ufficiale per lungo tempo ha guardato con ostinata diffidenza se non addirittura con ostilità. Il “sincretismo” religioso è materia incandescente, tuttora, anche se i tempi sono cambiati. E lo sa bene il nostro Santo Padre, che viene da una terra lontana; terra che ha visto incontrarsi, non senza violenze, genti diverse.

E se andassimo piuttosto all’essenza delle cose? Ci siamo chiesti, dunque, quando è cominciata l’avventura di Lascia stare i santi. Perché il sentimento religioso è qualcosa che appartiene alla nostra storia e con cui bisogna fare i conti, laicamente, lasciando da parte logiche fideiste e pregiudizi ideologici. Da questo punto di vista tutta l’Italia, per via della sua complessa vicenda storica e anche a causa delle sue diversità territoriali, può rappresentare un irresistibile campo di indagine, ancor più quando ci si sofferma sul canto sacro popolare.

Italia, Paese di santi.
Santi martiri e santi moderni. Santi venerati e santi dimenticati. Santi “specializzati” e santi ecumenici… Ce n’è per tutti. Ma, oltre al gusto di giocarci un po’ su, è evidente che si tratta di una faccenda terribilmente seria, che affonda le proprie radici in un Paese dove la cultura popolare, compresa quella religiosa, malgrado i grandi cambiamenti sociali e antropologici degli ultimi cento anni, in tante parti, specie al Sud e nelle isole, è rimasta ben salda a scandire la vita dei suoi abitanti. Basta andare in un qualsiasi paese delle Alpi o dell’Appennino o anche sulla costa, per capire che le grandi città, Roma e Milano in cima a tutte (Napoli meno), non sono altro che lenti deformate della realtà nazionale, passata e presente.

Perché l’Italia reale è nelle migliaia di piccoli centri e borghi che costellano la penisola. Ed è proprio lì che il culto dei santi è più forte. Un culto che, appunto, non può essere considerato secondo la vulgata che vede nella fede popolare solo superstizione e facile credulità, se non addirittura forme mai spente di sincretismo, addirittura di solo paganesimo; e ancora, da un’angolazione più ideologica che laica, che dietro ogni atto di fede agisca solo il potere sempiterno del Vaticano. Mentre invece il popolo ragiona anche con la propria testa e il nostro patrimonio popolare-orale rappresenta una grande ricchezza in grado di comunicare con la cultura “alta”.

Non è un caso che in Lascia stare i santi, tra gli scrittori che abbiamo scelto, ad alternarsi con i canti popolari della “povera gente”, ci sono Pasolini, Gramsci, Silone, Rocco Scotellaro, Danilo Dolci… Tutti scrittori che con il “mondo degli ultimi” si sono ostinatamente confrontati, malgrado il loro essere borghesi.

Ecco, questo film si rivolge alla religione popolare e ai suoi canti sacri (e talvolta anche profani) con uno sguardo aperto, libero da pregiudizi, attento; nella convinzione che il mondo dei santi, come di Cristo e delle tante Madonne, bianche e nere, che affollano il Paese, sia patrimonio di tutti, credenti e non. E che per capire l’Italia più profonda, bella e contraddittoria al tempo stesso, bisogna sapersi immergere con tatto e intelligenza in certe processioni esuberanti, nelle lunghe liturgie, negli atti devozionali d’ogni sorta; in tante credenze dure a morire; passando al cospetto di santi taumaturghi e madonne protettrici, e finanche del mondo delle streghe, dei filtri, delle magie, degli spiriti, degli angeli e dei demoni. Tutto questo soprattutto attraverso il canto, perché, come ci tramanda Sant’Agostino, “chi canta prega due volte”.

Se, per esempio, a Napoli ancora oggi con San Gennaro si venerano ben 99 vice-patroni e questo può arrivare come un’ostinazione anche “pagana” tutta partenopea, per noi è anche il segno tangibile di una grande cultura popolare troppo spesso bollata come “bassa” e di conseguenza marginale.

Quello che proponiamo, dunque, è un viaggio in Italia, tra tante manifestazioni di fede che, ieri come oggi, sono ancora importanti per ampi strati della popolazione; e, contrariamente a ciò che si pensa, molto, anche tra i giovani.

Un mondo di culti religiosi, dalle feste mariane alle processioni dei flagellanti, ricco di canti, preghiere, litanie; un patrimonio inestimabile di cultura sia orale sia scritta che ci riguarda tutti. E grazie al quale rimane vivo un forte senso dell’appartenenza alla comunità, attraverso la condivisione di valori che non sono solo quelli della fede, ma che sigillano anche un patto tra uomini, dove attraverso il sentire comune, cominciando da quello religioso, ognuno sa di appartenere a un pezzo del mondo in cui è nato e vissuto. E infine al mondo intero.

Ad aiutarci in questo viaggio tra le tante manifestazioni religiose sparse per il Paese, è ancora una volta quel magnifico giacimento rappresentato dall’Archivio Luce. Ricercando tra cinegiornali e documentari sul sito dell’Archivio, emergono centinaia di documenti, dall’informazione giornalistica al racconto del reale (compresi i piccoli grandi documentari di Michele Gandin, Vittorio De Seta, Giuseppe Ferrara, Luigi Di Gianni, Cecilia Mangini…), che, spesso con sguardo laico, specie i documentari, danno un’idea di quanto sia ricco di religiosità fortemente sentita il nostro Paese.

La verità è che, oltre le apparenze, al cospetto della fede popolare, ci troviamo di fronte a una realtà assai complessa, dove convivono cristianità “primitiva” e cattolicesimo istituzionale, semplicità francescana e austerità controriformista.
Insomma, emergono chiare le due facce del mondo cattolico, due modi di concepire la fede: uno più “sporco”, perché vicino alle cose della vita, l’altro più “algido”, perché più ufficiale e politico.

A noi interessa soprattutto la fede vicina alle cose della vita, naturalmente. Una fede popolare, genuina, che si esprime soprattutto attraverso il canto popolare e che ci permette anche di capire com’era l’Italia dei nostri nonni e avi; e magari in grado di farci comprendere che quell’Italia contadina e pastorale non è poi così lontana da noi, che non solo non abbiamo più un Dio, ma neanche più i santi a cui rivolgerci, perché li abbiamo messi da parte, forti del nostro laicismo.

Ci interessano, insomma, i contrasti di un’Italia molto più sorprendente di quanto non dicano le vulgate, da destra e da sinistra. Un’Italia che, ancora una volta, trova nella musica, sacra e profana, una mai sopita vitalità del popolo; e dove si afferma persino la possibilità del riscatto dei più umili.

Qualcosa, insomma, che nel pieno di una pandemia che porta con sé tanti interrogativi sul senso della vita, oggi prende ancora più consistenza. Non basta il presente e nemmeno guardare solo al futuro per capire, per capirci, serve che portiamo con noi, dentro di noi, quel patrimonio di inestimabile valore umano che è il sentimento religioso di chi ci ha preceduto, anche senza avere la fede. Perché dentro, in un mondo che sembra guardare solo al denaro, abbiamo tutti bisogno del sacro.