Le favole di Tonino Guerra? Un altro modo di guardare la realtà senza (più) mangiare farfalle
Il rapporto di Tonino Guerra con le favole, la sua poetica dell’incanto e tutto il mondo cine-letterario del grande scrittore romagnolo, sceneggiatore – tra gli altri – di Fellini, Antonioni, Tarkovskij. Se n’è parlato il 9 aprile nell’ambito del ricco e affollato convegno online “Tonino Guerra e la favola” con gli interventi di scrittori e addetti ai lavori tra cui Guido Conti, Gualtiero De Santi, Riccardo Bernini, Roberto Chiesi, Daniela Marcheschi. L’iniziativa è stata organizzata dal Comitato Nazionale in collaborazione con l’associazione L’Alambicco di Cagliari, il Comune di Seravezza (Lucca) e il Cisesg …

“Contento proprio contento / sono stato molte volte nella vita – scriveva Tonino Guerra – ma più di tutte quando mi hanno liberato / in Germania / che mi sono messo a guardare una farfalla / senza la voglia di mangiarla”.
In questi versi è già racchiusa tutta la poetica dell’incanto che sottende la produzione dello scrittore romagnolo e, in particolare, quella favolistica, al centro del convegno “Tonino Guerra e la favola”, organizzato (online) il 9 aprile dal Comitato Nazionale in collaborazione con l’associazione L’Alambicco di Cagliari, il Comune di Seravezza e il Cisesg.
È una “dialettica dello stupore” quella che appartiene alle “storie” del poeta di Pennabilli – lui preferiva definirle così -: storie che nascono dalla fame, dal freddo e dal “senso di privazione del lager”, come afferma Guido Conti commentando i suoi I scarabócc del ’47. “Attraverso il sogno e la favola stessa – prosegue lo scrittore – questi racconti cercano di recuperare il mondo lasciato in Italia”, per tenere alto l’umore dei compagni di prigionia. A tenere vivo questo raccontare è soprattutto la nostalgia per i luoghi d’infanzia, per il focolare domestico: in una parola, il ricordo della Romagna.
È nella tradizione orale – e dialettale -, allora, che la fiaba di Guerra affonda le sue radici: “carica di un aspetto sapienziale, ma anche di una sottile ironia” – secondo le parole di Alessandro Viti –, la sua scrittura appare come “un’osservazione dai margini del flusso vorticoso della modernità, un’assunzione di una voluta marginalità rispetto al canone”. La lingua utilizzata da Tonino Guerra è però “limpida e precisa” – come insegna Daniela Marcheschi -, e possiede un “grande portato civile” e un “interesse popolare in senso forte”, ricercando appunto “una fertile unione tra la cultura popolare e la cultura tutta”.
Le istanze che fanno di Tonino Guerra uno “scrittore della modernità” – come viene ricordato anche da Gualtiero De Santi – emergono soprattutto nei suoi rapporti con il cinema, dove la parola poetica lascia spazio al gesto e all’immagine. La “crisi” che attraversa tutti i film realizzati in collaborazione con Antonioni (la celebre trilogia dell’ “incomunicabilità”), viene a risolversi una volta entrato a contatto con la “dimensione russa”, e grazie all’intimo rapporto stabilito con Andrej Tarkovskij.
È un vero e proprio “processo e possesso mitico” – continua De Santi – quello che permette a Guerra di arrivare a una sintesi tra l’immaginario romagnolo e quello legato alla Russia rurale. “L’oriente è il luogo delle reminiscenze nostalgiche e delle sensazioni d’infanzia – aggiunge Emanuela Petrosino –, nella sua sincronia con un deposito memoriale ancora esistente, ma frantumato con l’arrivo della modernità”.
È nel viaggio attraverso luoghi che risuonano tanto nella sensibilità estetica di Tarkovskji quanto nell’ “etica della salvezza” di Guerra che può compiersi allora una mediazione culturale tra i due mondi, in un “provvisorio equilibrio mitopoietico”. Nostalghia (1983) – alla cui sceneggiatura Guerra ha lavorato in stretta collaborazione con il regista russo – possiede allora la forma tipica della favola occidentale, secondo le teorie di Propp: “è un percorso a tappe nella sua concezione psicogeografica – afferma Riccardo Bernini -, nell’elaborazione di una geografia del sentimento”.
Il fascino per l’Oriente ritorna anche nella travagliata storia de L’aquilone (Delfi, 1962), pubblicato nell’82 come favola per il terzo millennio, ma che originariamente avrebbe dovuto essere un film diretto da Antonioni nelle repubbliche sovietiche. “Una favola sulla natura che arriva a sconvolgere l’ordine umano” – come ricorda Roberto Chiesi –, che inizialmente, era stata inserita anche nella sceneggiatura di Deserto rosso (1964), per lasciare poi spazio alla fiaba sulla bambina che vive sull’isola, narrata dalla protagonista Giuliana, interpretata dalla bellissima Monica Vitti. La scena in cui viene raccontata “natura trionfante e benefica” appare in netto contrasto con l’atmosfera grigia e industriale che domina l’intero film: più che essere un’evasione dalla realtà, le favole di Tonino Guerra costruiscono però “la possibilità utopica di una realtà altra”. Ed è così che anche l’esplosione finale di tutti i simboli del capitalismo in Zabriskie Point (1970) – definito da Giuseppe Mattia una fiaba “rabbiosa e mesta” – attua una “dissoluzione del mondo circostante”.
Le forme espressive sperimentate dal poeta romagnolo – che, come illustrato da Marco Vannelli, toccano anche il cinema d’animazione –, tornano spesso all’immagine della “farfalla”, come simbolo di liberazione, rivelazione, e mutamento costante attraverso il tempo. Perché, come commenta in conclusione Antonio Rosario Daniele, “la favola di Guerra è nella realtà del mondo, coglie la realtà del mondo e la realtà si ricompone quando la favola ricomincia e l’incanto riprende”.
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