Il ritorno di Malick: l’ossessione del cinema puro

“Voyage of Time” in concorso a Venezia: il nuovo film del cineasta come sempre spacca pubblico e critica. Un viaggio all’indietro all’origine del mondo, un documentario concettuale con immagini che si “aprono” e catturano lo sguardo. Novanta minuti di bellezza costante, prendere o lasciare…

VOYAGE-OF-TIME-Still-1

Le nuvole che lasciano gradualmente intravedere il sole. La voce fuori campo intona un’invocazione: “Oh madre…”. Le povertà del contemporaneo, bambini e uomini nelle terre più disagiate. Gli animali di oggi, gli abitanti degli abissi e le creature estinte. Un passo indietro fino all’origine, dall’esplosione che genera la vita agli uomini primitivi, i nostri antenati, passando per i dinosauri. Le due componenti del mondo: il dolore e la gioia.

Terrence Malick torna in Concorso a Venezia 73 e, come sempre, spacca pubblico e critica: è il secondo titolo sperimentale in competizione, dopo Spira Mirabilis (leggi Teresa Marchesi) di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, due proposte che mettono in dubbio la forma narrativa convenzionale, così come la conosciamo e interrogano lo spettatore sul piano ipnotico e sensoriale.

Voyage of Time è documentario concettuale, film di montaggio, opera/viaggio costruita assemblando riprese dall’archivio malickiano, realizzate sia per film precedenti sia su misura per questo. Una miniatura per il cineasta, nella versione presentata al Lido (ne esiste un’altra più lunga), 90 minuti accompagnati dalla voice off di Cate Blanchett, che ovviamente non spiega ma evoca.

Il suo discorso è sempre in vocativo. “È il tentativo di creare un’esperienza filmica nuova e immersiva – scrivono i produttori -. Utilizziamo il potere del cinema per fondere le più avanzate conoscenze scientifiche dell’universo con i misteri indescrivibili e la passione per l’arte in modo da creare un viaggio sensorio”.

Dopo To the wonder e Knight of Cups, il regista si libera definitivamente dall’ipotesi di raccontare una “storia”, intesa nel suo senso narrativo: non ci sono personaggi qui, né Ben Affleck né Christian Bale degli anni passati, ma soltanto una successione di immagini che addensandosi tra loro formano lentamente un significato. Partendo dal nostro mondo, dunque, il viaggio che si intraprende è a ritroso e raggiunge l’inizio: è un film colmo di figure che si schiudono, cellule e organismi, porte visive che si aprono e avviluppano lo sguardo, lo attirano a sé e così “fanno iniziare” il mondo. Il principio è una scintilla creatrice che Malick ricrea continuamente in ogni immagine.

“Cos’è questo mondo in cui viviamo?”, chiede la voce. Vediamo scene di estrema miseria, estratte da paesi poveri, quindi l’uccisione di buoi e una donna che cammina sola e con fatica, lasciata a se stessa. Inevitabile allora interrogarsi su cosa siamo, sul nostro essere e sul senso dello stare qui adesso. Ma il film è più complesso e sfrangiato di così: i quadri si mescolano tra loro, animali reali si alternano a figure estinte, veniamo osservati dalla splendida inquadratura dell’occhio di un pesce, poi di nuovo una bambina ci riporta alle nostre città oggi, una metropoli lucida marchiata da un grattacielo.

Un’opera di immagine pura, che abbandona l’ingombro della trama per costruire un discorso solo visivo, tanto astratto e concettuale quanto logico e coerente nel suo farsi. Malick ha lo sguardo sull’immagine naturale di Godfrey Reggio e la capacità di raffigurare l’origine di Stanley Kubrick. Alla fine – paradossalmente – è un film semplice, basta non chiedere risposte ma immergersi in esso a occhi spalancati. Come sempre, in Malick, prendere o lasciare: e chi prende avrà 90 minuti di bellezza costante lontano da ogni spiegazione.