Saverio Costanzo: “I miei cuori affamati pieni di tenerezza”

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“Il rapporto col libro è stato difficile. L’ho preso e abbandonato più volte. La sua drammaturgia così forte mi attirava, ma l’alto rischio di morbosità mi allontanava”. Ci sono voluti due anni, infatti, prima che Saverio Costanzo si decidesse ad adattare per il cinema Il bambino indaco di Marco Franzoso. Ma alla fine si è deciso ed ecco Hungry Hearts, secondo italiano del concorso a scendere in gara per il Leone d’oro.

Con Alba Rohrwacher, Adam Driver e Roberta Maxwell il film è una storia d’amore fondata su un’ossessione: quella di una madre decisa a preservare il figlio dai tanti veleni che ci circondano. Anche a costo di farlo morire di fame, sicura che il suo bimbo sia speciale, un bambino indaco, una sorta di prescelto la cui assoluta purezza debba essere difesa da ogni contaminazione. Lui americano (Driver), lei italiana (Rohrwacher) s’incontrano a New York dopo essere rimasti chiusi accidentalmente nella toilette di un ristorante. E’ amore a prima vista. Travolgente. Lei resta incinta, si sposano e cominciano i “dolori”. Le “ossessioni bio” della giovane madre trascineranno la coppia in una sorta di “horror” dal finale tragico al quale contribuirà la madre di lui. Lasciando sicuramente interdetto il pubblico vegetariano. Per non parlare di quello vegano.

“Ho scritto la sceneggiatura senza giudicare i tre personaggi – spiega il regista- , ma con dolcezza e tenerezza pensando anche al mio ruolo di padre. Come dire…durante la scrittura la dolcezza che ho messo nel guardarli ha fatto bene anche a me. E’ stata un’esperienza catartica”. Ne è convinto Costanzo: “Questa è prima di tutto una storia d’amore vista nel suo divenire. Neanche per un attimo ho mai pensato che la madre potesse far del male al suo bambino”.

Diversamente dal libro di Franzoso che comincia dalla fine, procedendo per flashback ed è ambientato in Italia, Costanzo ha scelto di raccontare la storia in senso cronologico, spostando l’azione a New York. “Una città che non ho scelto a caso – spiega il regista – dove ho vissuto a lungo e che conosco bene. Qui si vive una costante violenza, totale isolamento e solitudine e qui la protagonista vive la sua battaglia. Roma non sarebbe stata credibile. Insomma non ho scelto New York solo per tu vuo’ fa l’americano…”.

Della questione del cibo, centrale nel racconto, e da dove arriveranno probabilmente le polemiche, l’autore de La solitudine dei numeri primi – dal bestseller di Paolo Giordano – non ha molta voglia di parlare: “Certamente il mondo che viviamo ci intossica, ma queste sono considerazioni sociologiche. Io ho mostrato come certe scelte radicali possano sfociare nell’ideologia che come sappiamo ha ucciso milioni di persone. Il mio film non è contro niente e nessuno. Ma se lo volete sapere sono un amante del BigMac e una volta al mese porto a mangiare i miei figli al MacDonald”.