Se la radio è libera ma libera veramente. I primi 50 anni di Radio Radicale nel doc di Pannone

Presentato tra gli Omaggi dell Festa di Roma, “Onde Radicali” nuovo documentario di Gianfranco Pannone. Cinquant’anni di storia di Radio Radicale raccontata tra bel repertorio, testimonianze ed  ironia. È “stata per l’informazione esattamente quello che Radio Montecarlo è stata per la musica”. Ha fatto finire il racconto plumbeo delle cronache politiche dell’emittente pubblica, ha provato a far finire la logica commerciale dietro ogni trasmissione. E sicuramente ha fatto conoscere questo paese …

Quasi mezzo secolo di storia. Le voci di quel mezzo secolo. Non però quelle di chi analizza, commenta, discute “su” questi ultimi decenni. Piuttosto le voci di chi quella storia l’ha fatta. Le voci delle persone, dei dirigenti, dei giudici, dei condannati. Le voci raccolte senza filtri nelle aule del Parlamento, in quelle – un po’ tristi e cupe – dei tribunali, nei Palasport dei congressi di partito e, tanto tempo fa, anche nelle piazze.

Si possono usare mille parole per raccontare Radio Radicale, i suoi primi cinquant’anni – o giù di lì, quarantacinque a voler fare i pignoli – che è esattamente l’obbiettivo del documentario di Gianfranco Pannone, realizzato in collaborazione con AAMOD, Sky Documentari -producono Mario Mazzarotto e Agnese Ricchi – presentato alla Festa: Onde Radicali.

Si possono usare mille frasi, magari stando attenti a non cadere nell’agiografico. Ma forse meglio di qualsiasi altra, quella storia è resa da una battuta di un ex direttore dell’emittente. Probabilmente bisogna avere qualche anno in più sulle spalle per apprezzarla ma è efficacissima: “Cosa abbiamo significato? Penso che Radio Radicale sia stata per l’informazione esattamente quello che Radio Montecarlo è stata per la musica”.
Ha fatto finire il racconto plumbeo delle cronache politiche dell’emittente pubblica, ha provato a far finire la logica commerciale dietro ogni trasmissione.

Radio radicale, dunque. Che certo non si è trovata da sola ad iniziare quelle battaglie. Nel documentario non è detto esplicitamente ma lo si intuisce dalle immagini, da quei brevi estratti audio d’epoca. A cominciare da quelli del 12 maggio del ’77, il giorno dell’assassinio di Giorgiana Masi. Con una voce al microfono che chiede “ai compagni delle altre radio di mettersi in contatto, per coordinare le informazioni”.

Era l’epoca delle prime emittenti libere, delle cosiddette “radio di movimento”.
Radio Radicale nasce invece per l’intuizione di Pino Petrolucci. Che una mattina di tanti anni fa incontra Pannella e gli dice: “A casa ho tutta la strumentazione necessaria. Che vogliamo fare?”. L’atto di nascita è dunque nella risposta del leader: “Vuoi fare Radio Radicale? Falla”.

Comincia così l’avventura, in un appartamento – molto bello – all’ultimo piano di un palazzo di Monteverde. E da lì parte la storia, che ha anticipato, accompagnato ma mai seguito le vicende politiche italiane.

Ogni volta, introducendo un elemento di novità nel panorama dell’informazione, che ormai tutti le riconoscono. Dalla scelta delle dirette dalle Camere – anche se può sembrare assurdo, prima non c’erano registrazione delle sedute – raccontata in modo divertentissimo nel documentario: con i tecnici che furono costretti ad andare da una signora del palazzo adiacente e a chiederle se potevano usare il suo telefono. Così qualcuno registrava le sedute, correva nel palazzo di fronte e dalla cornetta mandava in onda gli interventi. La chiamavano diretta anche se era leggermente “in differita”. Dipendeva dalla velocità con la quale si portava il nastro a casa della signora.

Da lì, ad altri capitoli. Tutti appassionanti: come la battaglia per impedire che anche durante il sequestro del magistrato D’Urso ad opera delle Brigate Rosse si seguisse la linea della fermezza, della non trattativa, che aveva accompagnato i drammatici mesi del sequestro Moro. E poi le dirette di Antonio Russo, l’unico giornalista al mondo a raccontare – da Pristina – la guerra nel Kosovo. Un coraggio, una voglia di testimonianza diretta, un bisogno di non accontentarsi delle versioni ufficiali che – com’è noto – gli costò la vita poi nella guerra cecena.

La storia prosegue col caso Tortora, con le straordinarie dirette dall’aula allestita a Poggioreale e poi con la crisi economica della radio a metà anni ’80. Il rischio di chiusura. Che diventa l’occasione per un altro straordinario esperimento: lasciare ventiquattr’ore su ventiquattro aperta la segreteria telefonica. Che raccoglie uno spaccato bellissimo e orrendo di questo paese. Con le tante dichiarazioni solidali ma anche con un diluvio di insulti, minacce fasciste, frasi maschiliste. Insulti alla radio ma anche ad amici, conoscenti.

Lamentele su tutto, dal parcheggio che non si trova, all’odio per i privilegi che godrebbero i “drogati”. E così, un po’ tutti, scopriranno in diretta che il paese raccontato dai grandi media non esisteva più. E che stava lasciando il posto ad un rancore profondo, istintivo. Senza sbocchi. Un enorme quantità di materiale che forse – per dirla con l’ex sindaco di Roma, Rutelli, uno dei tanti testimoni eccellenti che scandiscono il documentario – avrebbe potuto essere esaminato da qualche sociologo. Se ne avesse avuto la curiosità.

E ancora, Radio radicale che diventa – per alcune ore di alcuni giorni – Radio Carcere, aprendosi ai temi di chi è dietro le sbarre, o Radio Africa, che parla dei e ai migranti.

Qualcuno ha notato che nel racconto cinematografico mancano alcuni passaggi chiave, dall’ambiguità dei radicali sugli interventi militari o al flop nel referendum antisindacale. Ma il lungometraggio non ha la pretesa di essere esaustivo. Vuole essere soprattutto una testimonianza. Che affascina quel gruppetto di ragazzi in visita alla radio – curatori di una rivista studentesca – che fanno un po’ da filo conduttore al documentario.

Anche loro – come tutti – appassionati alla straordinaria figura di Massimo Bordin. Un giornalista capace di tenere testa al suo editore Pannella, difendendo l’autonomia della redazione, capace di inventarsi – ancora – un nuovo stile nelle rassegne stampa, col suo “Stampa e Regime”, che ha segnato un’epoca.

Tutto registrato, tutto consultabile. Sì, perché Radio Radicale è anche un immenso archivio. Forse il più completo della recente storia di questo paese. Dove si trova di tutto. Anche e soprattutto materiale grezzo. Perché il motto della radio – lo ripetono un po’ tutte le personalità intervistate – è una frase che attribuiscono a Luigi Enaudi: “Conoscere per deliberare”.
E a conoscere questo paese, Radio radicale è certo servita.