Se Mamma Roma vive anche in Corea del Sud. Finalmente nei nostri cinema un altro capolavoro di Bong Joon-ho

“Madre” di Bong Joon-ho arriva nelle nostre sale (per PFA Films ed Emme Cinematografia) con 12 anni di ritardo (è del 2009). Un nuovo importante tassello della cinematografia dell’autore premio Oscar sudcoreano, incrocio tra tragedia greca, neorealismo borgataro pasoliniano e thriller degno del miglior Hitchcock, non senza una scintilla finale che può ricordare l’Almodovar di “Volver”

Dalla signora Bates e il figlio Norman (Psycho) alla Roma Garofolo col suo Ettore (Mamma Roma), il rapporto tra madre e figlio al cinema è un soggetto che ha mostrato infinite possibilità narrative, spesso come derivato della tragedia greca. Medea, Clitennestra e Giocasta, ognuna con il proprio significato, sono archetipi ineludibili. Così come lo è la madre-leonessa disposta al sacrificio più estremo in difesa della propria prole.

Attorno a questo tema gira la storia di Madre, il film del 2009 di Bong Joon-ho accolto molto positivamente dalla critica all’epoca quando passò in anteprima nella sezione Un Certain Regard della 62° edizione del Festival di Cannes e ora in arrivo con dodici anni di ritardo nelle nostre sale, dal 1 luglio.

Il regista coreano, prossimo presidente di giuria alla Mostra di Venezia, già noto per Memorie di un assassino (2003), The host  (2006) e soprattutto il premiatissimo Parasite (2019), con questa pellicola fece conoscere al pubblico occidentale la magnifica Kim Hye-ja, attrice di culto in Corea. È lei la madre del titolo, e la somiglianza anche fisica con Anna Magnani ne fa da subito una Mamma Roma asiatica.

Mai indicata col proprio nome, è Madre, talvolta Mamma, e niente più. Iperprotettiva verso il figlio Do-Joon, un bambino nel corpo di un ventottenne (l’attore Won Bin), che ad un tratto si trova incastrato nel brutto pasticciaccio di un omicidio. La feroce determinazione con cui cerca di riportare a casa il suo ragazzo fa venire in mente la disperata caparbietà di un altro genitore: Alberto Sordi, il padre protagonista di Un borghese piccolo piccolo di Monicelli (tratto dal romanzo di Vincenzo Cerami).

Madre non è però una borghese. Si arrabatta tirando avanti, lei e il figlio, coi modesti incassi di una squallida bottega di erbe per la medicina tradizionale e la pratica abusiva dell’agopuntura. Non sappiamo niente del suo passato, sappiamo solo che è povera e che è vedova, eppure quando si “veste bene” mostra una dignità, forse anche grazia, per cui piace pensare che abbia vissuto tempi migliori.

Tuttavia vive in una città, da qualche parte in Corea del Sud, classista, sporca, puzzolente e senza speranza (un po’ come la città di sotto in Parasite). Dove i poliziotti sono annoiati, inetti e sbrigativi. Gli avvocati sono repellenti e i giovani malavitosi, alla fin fine, non sono poi così male. Un’umanità e un contesto dickensiani far east style, vista la scena e i personaggi che la popolano. Ma anche un perfetto incrocio tra tragedia greca, neorealismo borgataro pasoliniano e thriller degno del miglior Hitchcock, non senza una scintilla finale che può ricordare l’Almodovar di Volver.

Basta, di più non si può dire. Pena capitale per chi si macchia del reato di spoiler!

“Il film è come una lente d’ingrandimento che focalizza i raggi del sole su un punto ardente. È un dramma che si svolge con grande intensità, una storia radicata nella natura fondamentale della maternità”, sono le parole del regista.

All’uscita dalla sala, a caldo, viene anche da pensare alla duplicità del termine “innocente”: la condizione giudiziaria che Madre vuole disperatamente dimostrare ma anche la condizione nella quale la disabilità intellettiva costringe Do-joon. A proposito!

Come si può definire il deficit intellettivo del ragazzo? Fa pensare come le recensioni abbiano coniato centinaia di perifrasi, le più funamboliche e surreali, frutto del terrore di incappare nel politicamente scorretto, consapevole o meno che sia. La sensazione è che a volte finiamo col spendere più energia nella ricerca della correttezza verbale, che della pratica del concetto.

Anche il regista ci molla in mano il cerino acceso senza fornire una soluzione: nel film il termine “ritardato” viene pronunciato e usato come innesco di reazioni violente del ragazzo che, fedele all’insegnamento materno, non può lasciar correre. Per la madre il figlio è il figlio e stop: è consapevole delle difficoltà intellettive ma il senso di protezione è totale e persino cieco.

Madre, scopriamo lungo il film, conosce un segreto dell’agopuntura tradizionale coreana, un punto preciso all’interno della coscia sinistra, sul quale si posiziona l’ago per alleviare “il peso al cuore” che deriva da dispiaceri e preoccupazioni.

Do-joon è il peso sul cuore di Madre, quello che solo un ago sapientemente ficcato può alleviare.