Se Medea è sul banco degli imputati. Con “Saint Omer” una leonessa nel palmarès di Venezia 79

Padri e madri e figlie e figli; Venezia 79 ha mostrato una quantità sorprendente di pellicole che indagano soprattutto le complesse relazioni interne alla famiglia (The Whale, The Son). Contiene tutti e fa storia a sé: Saint -Omer di Alice Diop premiato con ben due riconoscimenti: Gran premio della giuria e Leone del Futuro. Da un fatto di cronaca il processo ad una studentessa di origini africane accusata di aver ucciso la figlia di quindici mesi. Scontro fra culture, razzismo, solitudine. Molti i riferimenti letterari. A cominciare da Medea. Il film arriverà nelle sale italiane con Minerva Pictures …

Non poteva esserci miglior esordio nella fiction per la già apprezzata documentarista franco-senegalese, Alice Diop, pluripremiata per lavori come La Mort de Danton (2011), La Permanence (2016) e Vers la Tendresse (2016). E che venga dal cinema del reale è ben visibile nella storia che ha scelto di rappresentare, presa da un fatto di cronaca veramente accaduto, e filmata con intensità asciutta e rigorosa.
La storia è apparentemente di una semplicità lapidaria. Rama (Kayije Kagame), giovane scrittrice e docente universitaria, è da poco rimasta incinta. Sta scrivendo un libro basato su un fatto di cronaca e per questo segue giornalmente il processo che ne è seguito. Il processo è quello contro Laurence Coly (straordinaria e dolorosamente toccante Guslagie Malanda), studentessa di origine senegalese come Rama, accusata di aver ucciso la figlia di quindici mesi abbandonandola sulla spiaggia di Saint Omer con l’intenzione di farla trascinare al largo dalla marea.
Nella realtà Laurence si chiama Fabienne Kabou, il fatto risale al 2013 e aveva sconvolto la Francia, anche per l’impossibilità della protagonista di spiegare le ragioni del suo gesto.
Alice Diop – che aveva seguito il processo nel 2016  – sceglie di non far accadere nulla se non seguire, quasi fosse una vera e propria ripresa ad uso interno del processo, Laurence mentre viene interrogata. Ha in mente archetipi che conosciamo bene. Donne-mostro come Medea che uccide i figli per vendicarsi dell’abbandono, del tradimento e che Diop mostra nei fotogrammi del film di Pasolini con Maria Callas.
Donne-mostro come le collaborazioniste francesi che alla fine della Seconda Guerra Mondiale venivano rasate a zero e umiliate pubblicamente (una pratica poi bloccata dal partito comunista francese). Le immagini d’epoca di collaborazioniste, prese dal documentario Eût-elle été criminelle… di Jean-Gabriel Périot sono accompagnate da alcuni passi di Hiroshima Mon Amour di Marguerite Duras, che Rama all’inizio del film legge agli studenti di un suo corso universitario.
Laurence, come le collaborazioniste, è già stata giudicata dalla società, il suo crimine non ha attenuanti. Ma la giudice (come noi) vuole capire: perché la ragazza si dichiara innocente? Perché si convince di essere vittima di un malocchio? La sua autodifesa è così irrazionale da metterne in dubbio la lucidità. In aperto contrasto con quanto sappiamo di lei studentessa di filosofia colta e brillante, dal Q.I. più alto della media, che parla con una proprietà di linguaggio tale da spiazzare i preconcetti del pubblico e finire sottolineato nelle cronache dei giornali.
Ma man mano che Laurence parla dal banco degli imputati emerge una vita di agghiacciante solitudine. Invisibile a tutti, anche a se stessa, nessuno si accorge che la giovane donna aspetta un bambino e lei stessa non fa nulla per mostrarlo. L’uomo che la mette incinta, un patetico codardo di gran lunga più anziano, non parla di lei con nessuno, nemmeno la famiglia dalla quale vive separato (ma comunque in rapporti stretti) sa dell’esistenza della ragazza e tanto meno della neonata. La madre di Laurence, che vive in Senegal, non si cura di quella figlia lontana se non per ragioni di convenzione e facciata mentre il padre le ha tagliato i viveri dopo che lei ha lasciato la facoltà di Legge per Filosofia. È una Laurence che si nasconde, ma del resto nessuno la cerca, nessuno è consapevole o interessato alla sua vita. È come se l’Uomo invisibile di Ralph Ellison, il grande romanzo sulla condizione degli afroamericani nella società segregata del 1952, si reincarnasse nella storia vera di questa giovane africana nella Francia odierna.
Saint Omer è un film scritto a quattro mani da Alice Diop con Marie N’Diaye, anche lei franco-senegalese, e prima donna di colore a vincere il prestigioso premio Goncourt, nel 2009, con Tre donne forti (Giunti). Alice Diop pensando al proprio film sceglie consapevolmente di condividere la scrittura con Marie N’Diaye per lo specifico ricorrente nei lavori della scrittrice: la famiglia come luogo di conflitti e smarrimenti, di contrasti e di incomprensioni tra genitori e figli, come pure di emozioni e di ricerca del senso di sé.
Anche in Saint Omer, come nel documentario La permanence, realizzato da Diop, emerge il tema delle patologie psichiatriche diffuse tra gli immigrati e legate allo sradicamento, alla migrazione e all’invisibilità. Nel documentario del 2016, infatti, la macchina da presa segue il lavoro svolto in un ambulatorio che presta assistenza medica e psicologica volontaria agli immigrati dando conto della rilevante numero di casi legati o causati dalle fragilità e difficoltà di integrazione in una società così diversa, distante e respingente.
Il film non scioglie nessuna verità: col racconto non si viene a capo di cosa è successo, sempre che serva sapere di più di quanto ci dice. Come spiegare una grave depressione e le azioni che ne derivano? Quello che emerge sono le linee che sempre più nitide intersecano le vite della scrittrice e dell’imputata, unite da tante cose, non ultimo dalle loro madri, assenti, presenti, devastate, amate.