Se una lingua (inventata) ti salva la vita (nel lager). Arriva “Lezioni di persiano” (escluso dall’Oscar)

In prima visione assoluta sulla piattaforma #IorestoinSALA (dal 14 al 17 gennaio con Academy Two), dopo il passaggio alla Berlinale, “Lezioni di persiano” del regista ucraino Vadim Perelman, dall’omonimo libro del tedesco Wolfgang Kohlhaase. Ancora una storia dedicata all’orrore dell’Olocausto in cui, a salvare la vita ad un ragazzo ebreo, è la sua fantasia: un finto persiano da insegnare al nazista del lagher. Candidato all’Oscar dalla Bielorussia come film straniero è stato appena escluso dall’Academy proprio per una questione di lingua …

La narrazione che riguarda quell’Orrore assoluto chiamato Shoah è sterminata eppure sempre inesorabilmente incompleta. Oggi si aggiunge un nuovo capitolo con Lezioni di persiano, dal 14 al 17 gennaio sulla piattaforma #IorestoinSALA, (distribuisce Academy Two) che porta una volta ancora nel mondo della memoria e nel suo potere salvifico.

E non è solo la Memoria di cui si parla, è anche quella che abbiamo tutti esercitato a scuola quando dovevamo imparare le tabelline o le poesie; quindi uno strumento a doppio uso, per salvarsi la vita e anche (come si scopre alla fine) per non far dimenticare le vittime dell’abiezione umana.

Ma se l’obbligo è il ricordare c’è anche tanto che, volenti o nolenti, per salvare la pelle, si è obbligati a dimenticare o a sospendere.
È la Francia del 1942, sul camion carico di ebrei destinati al campo di concentramento due ragazzi si scambiano un panino contro un libro sottratto di nascosto; una voce li rimprovera: “Non rubare, è l’ottavo comandamento”. La risposta più eloquente non può che essere; “Qui ce li dobbiamo scordare tutti, i comandamenti”. Una condizione nella quale tutto è sospeso, niente più regole o precetti religiosi. Restare vivi e con ogni mezzo è unico imperativo.

Proprio la sopravvivenza è il disperato motore che spinge il giovane Gilles a inventarsi un estremo espediente: fingersi persiano ribattezzandosi Reza. Una bugia che lo salva temporaneamente, ma che poi lo incastra in un ruolo impossibile: insegnare il farsi all’ Hauptsturmführer Koch, l’ufficiale delle SS responsabile della cucina del lagher.

Provate a immaginare di dovervi inventare di sana pianta un’intera lingua, in una notte, dal niente, dovervi ricordare centinaia, migliaia di parole, per insegnarle a un tedesco che di punto in bianco vi può chiedere: come si dice albero? Come si dice forchetta? E non potete andare in confusione: dalla risposta dipendende la vostra stessa vita.

Si guarda Lezioni di persiano con il cuore in gola, aspettando che da un momento all’altro caschi tutta l’impalcatura del finto farsi di Gilles/Reza.

Sebbene totalmente inventata e inattendibile, quella lingua diventa il ponte tra il sedicente persiano e Koch, l’allievo diligente che manda a memoria ogni vocabolo. Tanto che tra i due si avvia un rapporto via via sempre più amichevole e quella surreale lingua costruisce tra loro una sembianza di confidenza in grado di superare gelosie, sospetti e congiure.

Nei dialoghi tra carceriere e vittima il tedesco è la lingua aspra del comando e della sopraffazione; nella surrealtà della lingua immaginaria, l’ufficiale non nasconde più il suo lato umano: escono così storie di un’infanzia povera e versi poetici di sorprendente tenerezza.

È come se le parole inventate costruissero in quel momento una dimensione parallela, un varco nello squallore del campo di concentramento con i camerati gelosi, l’ottusità dei superiori, i pettegolezzi e le delazioni per una scatoletta di carne. Ma è un’illusione.

Siamo pur sempre in un campo di concentramento: le vittime sono vittime e i carnefici restano tali anche quando sembrano ammorbidirsi o autoassolversi. Quando Gilles accusa Koch di essere un parte della macchina dello sterminio, l’ufficiale addetto alle cucine protesta: “Non sono un assassino”. Ma viene implacabilmente inchiodato alle sue corresponsabilità: “Sì, però agli assassini gli dai da mangiare!”.

È la banalità del male come descritta anche nel crudo documentario Final Account di Ken Holland, visto a Venezia 77. Per scoprire come va a finire dovete andare a vederlo, questo film bello e struggente diretto dall’ucraino Vadim Perelman (Davanti agli occhi, con Uma Turman e La casa di sabbia e nebbia, pluri nominato agli Oscar 2003), e basato su una storia vera, così come raccontata da Wolfgang Kohlhaase nel racconto, Erfindung einer sprache (Invenzione di una lingua).

Passato alla 70a Berlinale il film ha anche un cast di tutto rispetto. Davvero nella parte Nahuel Pérez Biscayart (120 battiti al minuto di Robert Campillo) nei panni di Gilles/Reza e Lars Eidinger (Dumbo di Tim Burton e due volte con Assayas, in Personal shopper e Sils Maria) in quelli di Koch.

Più volte, durante la visione di Lezioni di persiano, torna in mente Train de vie, quel piccolo grande film di Radu Mihăileanu che nel narrare la tragedia ha usato le chiavi della leggerezza e della surrealtà. Li accomuna la fantasia di quello che siamo disposti a inventare per salvarci, solo che il primo ci immerge nella cruda descrizione della tragedia, mentre l’altro usa le chiavi della leggerezza e della surrealtà. Non è importante chiedersi se la storia sia vera, come dicono i titoli di testa del film di Perelman o pura fantasia perché di vero c’è l’orrore della Shoah e le infinite parole della babele che la raccontano ne compongono il vocabolario, anche in un finto farsi.

Certo è curioso che per una questione di lingua, il film sia stato escluso dalla corsa all’Oscar 2021 nella quale era in lizza in rappresentanza della Bielorussia. La lingua principale parlata in Lezioni di persiano, ha riscontrato l’Academy, non è quella ufficiale del paese che l’ha presentato come miglior film straniero. Stessa sorte, del resto, è toccata anche al canadese, Funny Boy. Anche in questo caso a fronte di un Canada bilingue, nel film di Deepa Mehta, ci sarebbero troppi dialoghi in inglese a scapito del francese. Così dicono le regole dell’Academy e, in questo caso, la fantasia non serve.