Giornate degli Autori. “Seules les bêtes”, imprigionati nella rete (globale) del caso

Apertura delle Giornate degli Autori nel segno del mistery d’autore con “Seules les bêtes” di Dominik Moll, ispirato all’omonimo romanzo del francese Colin Neil. Cinque storie che si intrecciano attraverso i paesaggi innevati della Francia rurale e il continente africano. Una rete invisibile ma ineluttabile che lega le vite di personaggi vicini e lontani nel tempo e nello spazio …

In uno dei più grandi film americani di fine millennio, Paul Thomas Anderson sentiva il bisogno di iniziare il racconto con piccoli cortometraggi tratti da storie vere per dirci che nella vita il caso esiste davvero, invitandoci così a sospendere il nostro giudizio di spettatori, lasciandoci andare a un film corale in cui il caso (e di conseguenza l’intreccio) sarebbe stato protagonista.

Dominik Moll, invece, non se ne preoccupa affatto, e forse è un po’ questa la criticità di Seules les bêtes, film di apertura delle Giornate degli Autori, sezione indipendente della Mostra.

Tratto dall’omonimo noir del francese Colin Neil, Seules les bêtes è appunto un film corale in cui, il caso assume un’importanza rilevante, anche in momenti in cui tutto potrebbe essere lasciato sospeso, affidato all’immaginazione dello spettatore.

Sceneggiato dallo stesso regista (nato in Germania nel ’62, ma ormai francese d’adozione) e Gilles Marchand, il film ha il pregio di agganciarsi alla struttura narrativa del libro, scritto in cinque parti tutte in prima persona, ma con un protagonista diverso in ognuna di esse.

I differenti punti vista ci portano avanti e indietro nel tempo, seguendo le vicende e gli intrecci legati alla scomparsa di Evelyne (Valeria Bruni Tedeschi).

Ogni capitolo si apre con il nome del personaggio protagonista, un po’ come in Rocco e i suoi fratelli, con la differenza che nel film di Visconti si seguiva una struttura temporale lineare.

Questa scelta di racconto è decisamente efficace nella prima metà, in cui si segue la storia dal punto di vista di Alice (Laure Calamy), Joseph (Damien Bonnard) e Marion (Nadia Tereszkiewicz).

A ogni personaggio sono dedicati circa venti minuti di film ed è estremamente interessante vedere come in poco tempo lo spettatore sia portato a cambiare opinione rispetto a ciò che ha visto appena poco prima.

Grazie anche a una recitazione sempre credibile, anche nei momenti in cui si osa di più, nei primi tre capitoli il regista riesce a farci entrare nella psicologia dei personaggi in maniera tenera e profonda. La scena in cui Joseph sogna di parlare con la defunta Evelyne ne è un esempio.

Peccato, però, che nella seconda metà questa struttura venga meno, almeno in parte, tradendo in qualche modo il libro. E così la soggettività che ci aveva accompagnato nei primi tre capitoli, si perde in quelli su Armand (Guy Roger “Bibisse” N’drin) e Michel (Denis Ménochet), a favore di una oggettività che rende il racconto più convenzionale e, forse, meno interessante (tra l’altro è anche la parte di film in cui il caso comincia a essere più protagonista).

Tra i paesaggi innevati di una Francia di provincia, Alice tradisce suo marito Michel con il solitario e problematico Joseph, allevatore di bestiame, capace di parlare solo con il suo cane e le sue bestie.

I tesi rapporti tra i tre cambiano improvvisamente quando scompare una donna, Evelyne, moglie di un uomo d’affari della zona e amante della giovane Marion.

Il mistero della scomparsa di Evelyn è, comunque, solo un pretesto da cui lo spettatore si allontana senza più domandarsi cosa sia successo alla donna.

È un altro il fuoco de film. È la ricerca dell’amore, è la solitudine come salvezza dalla sofferenza, è la diseguaglianza creata dal denaro e dall’età nei rapporti sentimentali.

E, soprattutto, è la rete invisibile ma ineluttabile che lega le vite di personaggi vicini e lontani nel tempo e nello spazio, e cioè tutti noi esseri umani, che dobbiamo sempre fare i conti con le conseguenze delle nostre azioni, con le ricadute delle nostre scelte sulle vite degli altri, in quello che sembra un sei gradi di separazione da cui non può esserci scampo. Perché alla fine amare significa “donare ciò che non hai”.