Villeneuve riscrive al presente (senza emozioni) il testo sacro di Herbert. “Dune” arriva in sala

Arriva in sala dal 16 settembre (per Warner Bros Italia) il nuovo “Dune” firmato da Denis Villeneuve che, a 37 anni dal clamoroso flop di David Lynch, rilegge il testo sacro della fantascienza anni Sessanta di Frank Herbert. Una rilettura al presente ma senza emozioni. Passato in concorso a Venezia 78 …

Un pianeta desertico, Arrakis, dove il clima è così torrido che di giorno è quasi impossibile vivere, dove i “tuareg” della situazione inventano tute che riciclano anche il sudore per farne preziosa acqua potabile; dove le battaglie di potere girano intorno a una sorprendente risorsa energetica, fondamentale per la struttura della società galattica; dove politica e religione si intrecciano, nella figura di un atteso messia, un leader che dovrebbe liberare gli oppressi. Ricorda qualcosa?

Passato al Lido nella terza giornata di festival, l’atteso Dune che Denis Villeneuve ha tratto dalla prima metà del tomo iniziale dei sei scritti da Frank Herbert – uno dei più celebri cicli della letteratura fantascientifica – in fondo è meno lontano dai molti titoli socialmente impegnati in cartellone, di quanto non possa sembrare. Perché la sua trama, impossibile da sintetizzare, è una storia a sfondo ecologico, crepuscolare, violenta, cupa.

Trentasette anni dopo il molto discusso Dune di David Lynch il regista canadese si misura con una delle storie più complesse sul piano narrativo, la sfida tra la dinastia Atreides e quella Harkonnen per il controllo del pianeta Arrakis, unico luogo di produzione, raccolta e raffinazione della spezia, una preziosissima risorsa di energia fondamentale per la società galattica.

Quello che non era riuscito a Lynch coi suoi 43 milioni di dollari e un De Laurentis con le mani grondanti del sangue dell’opera tagliata dal produttore per ridurla a 137 minuti, è da un certo punto di vista sicuramente riuscito a Villeneuve grazie ad un budget di 165 mln di dollari, tecnologie digitali “spaziali”, produttori più lungimiranti.

Fotografia, costumi, scenografie, un cast che schiera tutto il divismo del momento, da Timothée Chalamet a Oscar Isaac, da Zendaya a Josh Brolin: scommettere su una pioggia di nomination agli Oscar è come rubare le caramelle a un bambino (noi puntiamo anche sulle musiche di Hanz Zimmer, l’unico elemento notevole della pellicola).

È uno spettacolo perfetto, che nella sua perfezione ha anche il limite più grande. Ma non emoziona e non riesce a stupire o a reinventare l’immaginario già abbondantemente esplorato e plasmato da saghe come Star Wars. Paradossalmente, la carta vincente del film è la sua storia; è il libro di Herbert.

Sono le guerre per il controllo di un paese desertico e sassoso, fonti energetiche non rinnovabili estratte a ritmi incalzanti, acqua come bene da centellinare (da questo l’assenza di vegetazione) e atmosfera dalla temperatura sempre più intollerabile. Il futuro vicino che ci aspetta?

Di questo parla la monumentale opera di Frank Herbert, l’opera che il pubblico di Lynch percepiva come fantascienza e che, al contrario, Villeneuve si gioca inevitabilmente sulla scottante attualità.

Trentasette anni fa ben pochi avrebbero scambiato tutto questo per una storia da telegiornale ma fin dalle prime immagini non è possibile non pensare all’Afghanistan, ai deserti arabi e quindi al petrolio così come ai temi di una malaugurata attualità.

In questo sta la grandezza della migliore letteratura fantascientifica, proiezione delle nostre paure e riflessione profetica e il valore del film sta nel farcelo ricordare.